Ultima storia di scuola che leggo prima delle vacanze estive, dato che anche io, come voi, ho voglia di letture che sappiano di mare, sabbia, paesi lontani, scoperte, avventure ed evasione. Si tratta di “Mi chiamo Said” di Brigitte Smadja, un libro del 2003, tradotto in italiano nel 2008 col titolo di “Salviamo Said”. Confesso di essermelo perso allora e di averlo letto solo ora che è stato ripubblicato da Feltrinelli Kids.

L’ennesimo libro sul razzismo, il disagio sociale, la vita nelle periferie dimenticate da Dio e dallo Stato, la mancata integrazione, il bullismo? Sì e no. I temi che affronta sono quelli, ma la prospettiva è nuova: la voce è quella di Said, undicenne nato in Francia da genitori algerini, dietro il quale riconosciamo il punto di vista dell’autrice, matura insegnante, scrittrice e drammaturga francese di origini tunisine.

Faccio, come sempre, il riassunto dettagliato e vi lascio il piacere di leggere il libro e di scoprire chi parla di volta in volta, se il giovane studente francese di famiglia algerina o la matura insegnante tunisina che vive e lavora in Francia da anni.

Said ha 11 anni e vive in una banlieu a trenta chilometri da Parigi, insieme ai genitori, alla sorella Samira di 17 anni, al fratello maggiore, Abdelkrim, di 14 anni e al fratellino minore Mounir.

Finché ha frequentato la scuola elementare, le cose gli sono andate abbastanza bene. E’ stato il cocco della maestra Nadine, che lo ha incoraggiato a studiare il francese, a imparare nuove parole e a costruire frasi complesse, ma soprattutto a essere un bravo alunno. Ora che è in prima media, Said è disincantato: non serve a niente studiare e essere bravo. Perché? Per spiegarlo a Nadine scrive un diario in cui racconta l’anno scolastico dal suo punto di vista.

La Camille Claudel è troppo grande: 1.200 alunni tutti ammassati, che urlano, sghignazzano, lanciano invettive come fanno per strada o nei caseggiati. Nessuno riesce a contenerli, né gli assistenti che sono solo due, né tanto meno gli insegnanti. Ci sono i branchi, bande di bulli che non hanno paura di nessuno, non abbassano lo sguardo quando gli adulti parlano loro, non sono né buoni né giusti. L’unica possibilità di sopravvivere per i ragazzi di prima è evitarli, sperando di non essere presi di mira.

Il branco più feroce è quello capeggiato da Tarek, il cugino di Said, del quale fa parte anche Abdelkrim. La metà dei prof si è arresa alla sopraffazione dei branchi già a ottobre, compresa la giovane, buona, seria professoressa di francese, Corinne Beaulieu, che in classe nessuno ascolta ed è chiamata con nomi indecenti. La Beaulieu ha provato ad adottare una linea rigorosa, ha dato punizioni, è andata in presidenza, ma a novembre Tarek le ha tagliato le gomme della macchina e le ha ricordato chi comanda per davvero. Il professor Théophile, invece, sa come tenere a bada gli studenti e durante le ore di storia e geografia in classe non vola una mosca. Tarek lo odia ma non se la prenderà mai con lui. Preferisce la Beaulieu, che è dolce, remissiva, paziente. E soprattutto è donna.

Abdelkrim, dal canto suo, pende dalle labbra di suo cugino, lo imita in tutto e per tutto, farebbe qualsiasi cosa pur di compiacerlo, soprattutto da quando rientra a casa sempre con qualcosa di nuovo da mettersi: tutta roba che costa cara e che i genitori di Said certamente non possono comprargli. Ha gli occhi da folle; non ride, ghigna; non mostra alcun rispetto per il padre, a cui rinfaccia di essere un fallito, un poveraccio; picchia Samira perché ha scoperto che frequenta un ragazzo francese. Che male c’è se Samira ama Kevin, si domanda Said.

Non siamo francesi, noi? Io sono nato in Francia, e anche tu, e Samira e Mounir. Cosa sono se non sono francese? Perché Samira non dovrebbe amare Kevin se lo vuole?

A gennaio la situazione si complica. Il branco di Tarek picchia selvaggiamente Kevin. Samira ne ha abbastanza: vuole essere libera, si trova un lavoro e va a vivere a casa di un’amica. I genitori tengono nascosto ad Abdelkrim dove si è trasferita per difenderla da ritorsioni e violenze. Mounir, intanto, è diventato sordo da un orecchio, a causa di un’otite trascurata.

L’unica cosa positiva è la gita a Parigi, organizzata dalla Beaulieu e da Théophile. La classe certamente non se lo merita, ma questo regalo inaspettato fa risalire le quotazioni della Beaulieu. Appena fuori dalla Gare du Nord Said e i compagni sono assaliti dalla grande bellezza di Parigi, che li investe e li travolge come un treno in corsa. Tra Place de Voges e la banlieu non c’è storia.

Chi ha costruito il caseggiato fatiscente dove abito? La risposta non la so… Il caseggiato dove abito non ha futuro, e neanche quelli che ci abitano, ecco quello che ho capito.

Nessuno della classe avrà altre occasioni di tornare a Parigi, nessuno frequenterà il liceo Carlo Magno, nessuno andrà a vedere un match al Roland-Garros. In banlieu, nemmeno i fiori sanno essere belli come quelli ritratti nei quadri della Galérie d’Orsay.

Tra febbraio e marzo le cose precipitano. Il padre di Said trova sotto il letto di Abdelkrim una borsa piena di soldi e minaccia di denunciarlo. Fortunatamente Tarek sparisce per un mese, l’hanno beccato a spacciare e l’hanno messo in prigione, ma quando esce ordina a Said di vendere la droga per lui, sotto minaccia di incastrare Abdelkrim. O di fare del male a Samira.

Ad aprile Said è uno spacciatore fatto e finito. Solo il suo migliore amico – Antoine – ha capito e tace. Insieme al padre di Antoine, Said va per due giorni in una casa in campagna a Saint-Lo. Antoine lo invita altre volte, ma Said rifiuta sempre: “Se ci andassi spesso non avrei più voglia di tornare a casa mia. Non ne ho il diritto. Sarei un traditore.”

A maggio l’idillio tra Tarek e Abdelkrim finisce. Tarek sostiene che Abdelkrim gli ha fregato parte degli incassi e lo fa pestare a sangue. Poi, però, è beccato un’altra volta per spaccio, arrestato e riportato in galera.

“Lo zio è venuto con sua moglie una sera. Avevano gli occhi rossi. Parlavano a bassa voce… si vergognavano.”

Tarek fa il nome dei complici e il padre di Said fa fuggire il figlio maggiore in Algeria.

“Non volevo sentire i lamenti dei miei genitori: Dio li aveva abbandonati, erano dei bravi genitori, non capivano tutto questo, era colpa della Francia.”

Dopo due mesi Abdelkrim piange e si dispera: ha scoperto di detestare l’Algeria e vorrebbe tornare in Francia, ma non può.

A settembre Antoine cambia scuola. Va alla Van Gogh, all’altra parte dell’autostrada. Suo padre ha traslocato per dargli la possibilità di studiare meglio. Said rimane in banlieu con quel che resta della sua famiglia. Rimane alla Camille Claudel perché è nel suo quartiere e poi perché non ha il diritto di andare da nessun’altra parte. Il primo giorno di scuola consegna il diario al Prof. Théophile, che il giorno successivo gli tende le braccia davanti a tutta la classe: “Non ti abbandonerò said. Puoi contare su di me.”