Oggi è una voliera. Ma un tempo era una prigione. La prigione della contea di Hancock… La prigione era grande come un isolato. Ospitava oltre trecento detenuti, uomini e donne, dai ladri agli assassini. E una famiglia. La mia. Io ero la figlia del guardiano.

Quando già l′incipit di un libro riesce a risucchiarmi dentro la storia, è difficile che sia un libro mediocre. Lo scorso fine settimana ho letto d’un fiato La figlia del guardiano di Jerry Spinelli e ve lo consiglio, perché è un libro commovente e divertente, profondo ma leggero, come lo sono Stargirl, La schiappaUna casa per Jeffrey Magee … e gli altri libri di Spinelli di cui vi ho già parlato.

La storia inizia (e finisce) con le parole che la ultrasessantenne Camille O′Reilly scrive nel 2017 e che raccontano di un “altrove” – un luogo diverso e un tempo lontano – in cui si svolge la storia della dodicenne Camille O′Reilly, detta Tornado Cammie, alla ricerca di una madre adottiva.

Da qui in poi spoiler in arrivo, siete avvisati…

Pennsylvania, USA. Nell’estate 1959 le radio trasmettono I want you, I need you, I love you di Elvis Presley, il programma televisivo Bandstand incolla allo schermo centinaia di adolescenti e lo spazio aereo americano è solcato dallo Sputnik, mandato in orbita dai russi per spiare gli acerrimi nemici. Durante quell’estate Camille O′Reilly ha dodici anni (quasi tredici visto che è nata a fine agosto) e, nonostante gli sforzi della sua migliore amica Reggie per fare di lei una signorina, non si interessa minimamente ai trucchi, ai vestiti, al ballo come le sue coetanee, ma preferisce giocare a baseball e scorrazzare in bicicletta per le strade di Two Mills.

D’altro canto, nulla nella vita di Tornado Cammie è “normale”, a partire dal fatto che vive in un appartamento all’interno del penitenziario locale, di cui suo padre – uomo splendido ma taciturno – è direttore. La prigione stessa non è gestita in modo “normale”. Il signor O’Reilly è, infatti, convinto che la detenzione serva a riabilitare i detenuti, e non solo a scontare una pena, e ha voluto alcune innovazioni per garantire condizioni di vita più umane agli ospiti: ha allestito una Stanza della Quiete con una fontana al centro per favorire la serenità delle prigioniere, ha inaugurato un laboratorio di tessitura di tappeti per insegnare loro un mestiere, fa servire in mensa pranzi deliziosi a base di pasticcio di maiale. Soprattutto, valorizza i talenti di ognuno: commissiona una torta alla settimana a Carl, il pasticcere detenuto per rapina a mano armata, e ha assunto Eloda Pupko, detenuta modello, come aiutante domestica.

In casa, c’è davvero bisogno di una figura femminile soprattutto adesso che Cammie è teenager ed è sempre di pessimo umore. Da quando, ancora in fasce, sua madre Anne Victoria morì in un incidente stradale lasciandola orfana, Cammie ha passato la maggioranza del tempo sola e ha avuto difficoltà a farsi delle amicizie, forse per il fatto di non ridere spesso, di non ballare volentieri, di non scherzare mai. L’adolescenza ha spalancato le porte del suo cuore alla Rabbia con la R maiuscola e l’ha resa ancora più scontrosa, insolente, ribelle.

Tristezza e rabbia. Un cocktail esplosivo, non c’è che dire.

Mentre Reggie le prova tutte per diventare famosa (e per un po’ ci riesce anche), Cammie, stufa di essere orfana, vuole una madre a tutti i costi: qualcuno che faccia il tifo per lei sugli spalti dello stadio, che si preoccupi per lei, qualcuno che la sgridi e la metta perfino in punizione quando si comporta male. Se come dice suo padre “la prigione è il regno delle seconde possibilità”, perché proprio lei, la figlia del guardiano, non dovrebbe avere una seconda madre?

Dove trovare una madre? Ovviamente tra le trenta detenute! Le audizioni si svolgono durante l’ora d’aria e le preferenze di Cammie cadono sulla grassa, nera, straripante Boo Boo, che profuma di dolce e si dipinge le unghie di rosso e con la sua debordante allegria le riempie le giornate e sulla silenziosa e mansueta Eloda, di cui non conosce il reato, che le rassetta il letto, le prepara la colazione e le fa le trecce.

Un giorno, un episodio banale segna il punto di non ritorno. Cammie ha finito di pranzare e lascia piatto e bicchiere sul tavolo, pronta a schizzare fuori casa per un giro in bicicletta. È quasi sulla soglia dalla cucina quando sente tre parole secche, pronunciate con un tono che non ammette repliche: “Mettili nel lavello”. In quell’ordine, nuovo e senza precedenti, riconosce le parole di una mamma. Così fa la sua scelta e inizia l’opera di convincimento. Il fatto è che Eloda non sembra affatto disposta a prendere il posto della madre.

In un vortice di pianti, ripicche, liti, silenzi di cui fanno le spese un po’ tutti – dal riservato signor O’Reilly a Reggie, alle amiche del gruppo delle “Galeotte” a Eloda – Cammie vive due mesi pieni di avvenimenti sconvolgenti e segnanti. L’esplosione di rabbia verso le amiche felici e superficiali, le liti con Reggie, l’insofferenza verso l’ostinazione di Eloda, l’incomunicabilità col padre, la disperazione per l’assenza della madre, il dolore per il suicidio di Boo Boo la porteranno a fare i conti con i lutti, ad accettare la realtà e a fare pace con se stessa e con gli altri.

In una nuova storia potente e ritmata, Spinelli si avventura nel campo minato degli affetti e delle emozioni difficili da affrontare: la morte, la mancanza, la solitudine. Con il suo stile fresco, lieve e leggero, mostra a noi lettori che non è possibile evitare i problemi, né pensare di poterli eludere passandoci sopra: per poter andare avanti con la propria vita, bisogna per forza attraversarli.

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