La contessa sul tetto di Alice Keller è una favola moderna, che parte un po’ lenta e macchinosa, poi spicca il volo. Gli ingredienti della storia sono una pre-adolescente che si sente sbagliata, una madre che non c’è, un padre incapace di rispondere alle domande di sua figlia, una rigida insegnante di violoncello, un pappagallo, un ragazzino autistico, una vecchia nobildonna, il condominio anonimo di una periferia sconosciuta. Ce n’è da vendere, insomma. Ecco la storia, per filo e per segno.

Diana Pilchard ha undici anni e mezzo e un sacco di problemi. Il problema principale è proprio lei, a partire dai capelli che deve tenere raccolti in trecce per non infilarsi nelle corde del violoncello, quando suona. Anche la gonna lunga è un problema, ma non si possono certo mostrare le mutande a chi ascolta. Un altro problema sono i calli alle dita, ma di certo non è possibile smettere di esercitarsi, altrimenti non si arriva da nessuna parte. Un altro problema è non poter giocare all’aperto, ma di certo non si può correre il rischio di rompersi un dito o un braccio e perdere le lezioni di Miss C. Il problema più grande, comunque, resta il fatto di non avere una madre e di non sapere il perché.

Eppure Diana dovrebbe avere ormai imparato che “non esistono problemi, soltanto soluzioni” come le ripete sempre suo padre, docente universitario di Teoria della Felicità e autore di un manuale di successo. Per questo motivo non si lamenta mai e continua a vivere la vita come suo padre e Miss C. l’hanno tracciata.

Un giorno Lara, il pappagallo di Diana, sparisce. La ragazzina scende nel giardino condominiale di Via dell′Oro 33, dove chiede al suo amico Fulvio, senza ottenere risposta, ma non c’è da stupirsi: Fulvio è in uno dei “suoi” giorni, quelli in cui non parla con nessuno e se ne sta sdraiato a fissare il cielo. Poi lo cerca ai piani superiori, nonostante le sia stato tassativamente proibito di fare le scale. E’ un divieto antico, questo, ma assolutamente tassativo. All’ottavo piano, l’ultimo, Diana scopre una botola e una scala che dà accesso al terrazzo condominiale.

Sul tetto, in una specie di baracca lurida, intravede una donna grassa, sporca, forse anche malata. Le dita unte terminano in unghie nere e sporche. Dalla bocca macchiata di salsa penzola una sigaretta. Il suo alito sa di alcol. Vive sprofondata in una poltrona sfondata, circondata da immondizia, sterco, pipì secche e soprattutto da decine di uccelli. I suoi modi sono secchi, al limite della maleducazione. Eppure Diana, dopo il primo, folgorante incontro, non può più fare a meno di salire sul terrazzo a trovarla. Chi è la quella donna? Perché sembra conoscerla? Sa qualcosa di sua madre?

Fulvio la conosce: è la Contessa Svetlana. E sa tutto di tutti.

Così Diana, ogni qual volta è sola in casa, sale dalla Contessa perché le racconti di quel “prima” di cui nessuno le parla: di sua madre, di suo padre, del segreto da cui tutti l’hanno tenuta all’oscuro. Più parla con la Contessa, più cambia: le sgridate di Miss C. non la umiliano più di tanto, i divieti del padre non la opprimono più, si può suonare il violoncello benissimo anche coi jeans e i capelli sciolti. Soprattutto si può suonare il violoncello non solo per dovere, ma anche per piacere. Anzi, se si suona per divertimento, i risultati sono addirittura migliori.

Nel capanno fatiscente della Contessa Diana conosce finalmente sua madre: la vede grazie alle fotografie che Svetlana ha conservato, ne scopre le abitudini grazie ai suoi racconti, scopre anche come è morta, e quando, e perché suo padre ha voluto lasciare l’appartamento in cui vivevano e l’ha costretta per tanto tempo a non salire le scale.

Il passaggio è doloroso, difficile, problematico ma segna una svolta, una crescita, una nuova consapevolezza: quella che non esistono soluzioni a tutti i problemi e che nell′imperfezione, nella stonatura, negli errori si trova l’essenza della vita.

La contessa sul tetto di Alice Keller è edito da San Paolo Edizioni.