Vincitore del premio “Il Battello a vapore” nel 2016 Il mistero di Vera C. di Stefania Gatti (edizioni Piemme) è stata una lettura piacevole e scorrevole. L’autrice vive a Roma, lavora come insegnante e nel tempo libero scrive storie, quelle di cui si è sempre nutrita fin da bambina quando divorava le avventure di Winnie the Pooh, Beatrix Potter e Alison Uttley.

La trama è lineare, ma l’intreccio è vario e il lettore non si annoia. Lo stile è colloquiale e fresco. Queste caratteristiche rendono il libro adatto ai lettori tra i 12 e i 14 anni. Da appassionata di libri per ragazzi ho particolarmente apprezzato i riferimenti della Gatti a Stargirl di Jerry Spinelli e Wonder di R. J. Palacio e l’omaggio ad Emily Dickinson, i cui versi aprono i vari capitoli.

Pronti per lo spoiler?

E’ Vivian – troppo alta, troppo magra, con i piedi troppo grandi e felpe e scarpe troppo consumate – a raccontarci la vicenda in prima persona.

Dalla finestra vicina al suo banco di scuola ha, per molto tempo, spiato le giornate di Vera, finché non ha scoperto tutto su di lei: non esce mai di casa (almeno durante il giorno), si fa recapitare la spesa e il giornale, se è bel tempo fa la colazione in terrazzo, c’è una signora in tuta grigia con la coda di cavallo che l’aiuta nelle faccende domestiche, vive sola, ma forse ha uno spasimante, che le ha regalato un mazzo enorme di tulipani.

Tutto questo accadeva prima del 2 novembre, quando, in una mattina stranamente grigia e afosa, Vera è stata assassinata ed è diventata un caso giornalistico: “il misterioso caso di Vera C.” Vivian, che da grande vorrebbe fare la scrittrice e si allena a osservare e descrivere le vite degli altri, decide di risolvere il caso ma il tempo per le indagini è poco, perché la sua vita è molto incasinata, come spesso accade agli adolescenti. Così il caso di Vera C. rimane lì, in sottofondo, mentre Vivian continua a vivere i suoi 13 anni.

A scuola le cose non vanno un granché bene e non solo perché l’esame di terza media si sta avvicinando. Il problema è Sebastiano, il figo della scuola, che l’ha presa di mira dopo essere stato suo compagno di banco in prima media e non perde occasione di ricordarle quanto è brutta e secchiona, goffa, mal vestita, spettinata, povera (se essere poveri può essere un difetto) per via del cellulare di vecchia generazione. Se si fermasse lì, Vivian potrebbe anche farcela a sopportare, ma il fatto è che Sebastiano posta sui social dei meme stupidi che hanno sempre e solo lei come soggetto: lei con l’apparecchio per i denti, lei con i pantaloni sporchi di sangue mestruale, lei imbranata, imbambolata, fuori luogo. Neanche a dirlo, tutti ne ridono, Ottavia compresa, che Vivian credeva essere l’amica del cuore. Il bullismo non è una bella cosa; il cyber-bullismo è pure peggio…

A casa le cose non vanno meglio. Il Serpentone del Corviale è un caseggiato che ospita circa 6.000 essere umani, stipati in un mostro di cemento che sorge in mezzo al nulla: niente negozi, niente servizi, niente divertimenti. L’appartamento in cui lei e sua mamma vivono è molto modesto e la vista dalla finestra, che dà direttamente sul terrazzo della famiglia Marconi, è ancora più misera e desolante. D’altro canto, potendo contare su uno stipendio da portinaia e dovendoci vivere in due, più di tanto non si può pretendere.

Per sopravvivere allo squallore della vita quotidiana Vivian si rifugia spesso in biblioteca oppure scappa più ontano che può dal Serpentone. Durante alcune di queste “evasioni”, fa alcuni incontri fortunati. Il primo è l’incontro casuale con Mrs. Joanna Carlson, una famosa scrittrice che vive a Roma e di cui riesce a diventare amica. L’altro è con Nicolò, il fratello quindicenne di Sebastiano, un hikikomori, cioè un ragazzo che sceglie di non uscire MAI di casa.

Tra gli incontri casuali ce n’è anche uno spiacevole, a dire il vero: improvvisamente al Serpentone ricompare il padre che Vivian non ha mai conosciuto. E’ molto malato e la madre decide di ospitarlo a casa. I primi tempi per Vivian sono tutt’altro che semplici: rifiuto, rabbia, indifferenza quasi le portano via il sorriso e la concentrazione sullo studio. Poi, poco a poco, i silenzi e l’ostinazione lasciano spazio alla voglia di capire cosa è successo in quei lunghi tredici anni di assenza e al desiderio di instaurare un rapporto.

In sede d’esame, la protagonista presenta una tesina originale e coraggiosa sul caso di Vera C. Il mistero della sua morte rimane insoluto: Vivian ha dei sospetti, ma non delle prove. In ogni caso, preparando la tesina insieme a Ottavia, Nicolò e il babbo, scopre la cosa più importante: chi è davvero quella ragazza dai capelli corti, le scarpe sfondate e le felpe stinte con cui deve fare i conti tutti i giorni.

Il libro ha il merito di scorrere via veloce, perché ha davvero un bel ritmo e una scansione coinvolgente delle sequenze narrative. Il mistero dell’assassinio di Vera C. meritava una conclusione diversa, secondo me. Se la storia parte come un giallo, mi aspetto che finisca come un giallo! 😉

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