Tempo fa, in occasione della ricorrenza della Giornata della Memoria, vi ho parlato di Stelle di cannella, un libro di Helga Schneider in cui protagonisti – David e Fritz – sono amici inseparabili fino al dicembre del 1932, quando uno dei due si iscrive alla Gioventù Hitleriana e l’altro è bersaglio della violenza antisemita.

In questi giorni ho finito di leggere Stelle di panno di Ilaria Mattioni, edito da Lapis Edizioni, che per molti versi s’inserisce nella scia del libro della Schneider. L’autrice – docente di Storia della Comunicazione educativa all’Università Cattolica di Milano e Piacenza – racconta una pagina tragica della storia italiana attraverso le vicende di Carla e Liliana, due adolescenti milanesi, una di “razza ariana” e l’altra ebrea.

La promulgazione delle leggi razziali nel 1938 e i fatti che seguirono segnano il destino delle due amiche e la loro storia ci mostra quanto sia difficile rimanere fedeli alle proprie idee e leali verso gli amici e quanto sia facile, invece, voltare le spalle a chi è in difficoltà, nel timore di essere esclusi.

Arricchiscono la narrazione storica i riferimenti alle riviste degli anni ’40 – Primarosa e L’Avventuroso – ai cinegiornali, ai divi del cinema come Amedeo Nazzari, al gruppo canoro Trio Lescano, ai personaggi dei fumetti come Gordon Flasce/Flash Gordon, che combatte per salvare la terra dall’imperatore del pianeta Mongo.

Pronti per lo spoiler?

Milano, 1938. Carla e Liliana vivono in un palazzo signorile di Corso di Porta Romana a due piani di distanza. Hanno la stessa età, quindi sono cresciute insieme, frequentano la stessa classe nella medesima scuola, giocano e fanno i compiti insieme. A casa Treves è appena arrivata da Monaco la nonna Esther. Le bambine hanno visto appuntata sulla sua giacca una stella di panno giallo, che a loro è sembrata davvero bella. Così Carla sottrae un po’ di stoffa dalla merceria del padre, il Signor Minghetti, e insieme alla sua amica prepara due stelle di panno giallo, immaginando la gioia di nonna Esther quando gliele mostreranno cucite sui loro maglioncini. Alla vista di quelle stelle, la nonna rivive invece la rabbia e la paura provate durante la Notte dei Cristalli, quando la vita degli ebrei tedeschi cambiò bruscamente. “A volte le cose non sono belle come sembrano!” dice, mentre spiega alle piccole che la stella gialla a sei punte non è un ornamento ma un marchio infamante che contraddistingue gli ebrei tedeschi.

Il racconto della nonna impressiona le bambine che, però, adorano il Duce, anche a causa dei racconti entusiasti della maestra Panzeri. Perfette scolare dell’epoca, ligie al dovere, sia Carla che Liliana desiderano entrare a far parte delle Piccole Italiane più di ogni altra cosa e sfilare ordinate e ubbidienti di fronte al Padre della Patria.

E dire che i fascisti, a volte, fanno dichiarazioni che le lasciano di stucco, come ad esempio che Gordon Flasce / Flash Gordon non è un eroe, ma un bandito americano, e per questo deve essere censurato. Oppure che le femmine devono leggere Primarosa e non L’Avventuroso!

I sogni delle bambine si infrangono con la brutale realtà nel mese di novembre, quando gli squadristi arrestano il direttore scolastico, Prof. Strambelli, per non aver applicato i provvedimenti razziali e la maestra Panzeri tiene una lezione sulla gerarchia tra le razze, al termine della quale Liliana viene umiliata ed espulsa dalla scuola, per il fatto di essere ebrea.

Liliana è incredula ed esterrefatta: fino a quel momento è cresciuta da brava italiana, ha scritto temi inneggianti alla politica del Duce, ha ricevuto premi. Va bene, non ha mai festeggiato il Natale, ma ha sempre festeggiato la Befana Fascista! Come può essere definita da un giorno all’altro infida, cattiva, bugiarda? Perché viene considerata una mela marcia in grado di guastare tutto  il cesto?

Carla, sulle prime, prende le sue difese, eppure nel giro di poche settimane l’imposizione delle leggi razziali e i cambiamenti che la guerra impone spingono lei e gli altri protagonisti del romanzo ad assumere diversi atteggiamenti verso gli amici di una volta e verso il regime.

La famiglia Treves viene progressivamente esclusa dal tessuto sociale. Nessun giornale o rivista vuole più pubblicare gli scritti del padre di Liliana, Leo, giornalista e scrittore. Gli studenti di pianoforte della madre Ida disdicono le lezioni. Nonna Esther, per non pesare sulla famiglia, inizia a vendere le poche cose preziose che possiede. Liliana e sua sorella Miriam sono obbligate a frequentare una scuola pomeridiana mista, dove studenti e insegnanti sono ebrei e non è possibile avere contatti con bambini e ragazzi ariani.

Intanto, a due piani di distanza, il signor Minghetti non vuole prendere la tessera fascista né mandare i figli Fausto e Carla ad adunate e lavaggi del cervello; sua moglie, invece, è disposta al tesseramento e all’iscrizione dei figli alla Gioventù Italiana del Littorio pur di non inimicarsi fascisti tutti d’un pezzo, come la Panzeri o i Belfanti che abitano nello stesso condominio.

E Carla? Carla è una bambina semplice e neanche tanto coraggiosa. Le sue compagne – la bella Rachele Belfanti e la simpatica Francesca prima di tutte – hanno sposato completamente la politica della supremazia razziale ariana e la escludono da giochi e feste di compleanno, visto che continua a frequentare Liliana-l’ebrea. Questa esclusione la fa soffrire e il desiderio di essere accettata nel gruppo delle prime della classe la spinge a omologarsi a quello che le altre pensano e a comportarsi come loro. Così Carla tronca ogni rapporto con l’ex-amica senza neppure darle una spiegazione.

Carla tocca il punto più basso della parabola verso la viltà e il tradimento in estate, quando rivede Liliana in occasione degli esami da privatista che deve sostenere davanti alla maestra Panzeri. Liliana e gli altri studenti ebrei vengono fatti sedere in fondo alla classe per non contaminare i privatisti ariani e devono risolvere un problema di matematica sulla determinazione dell’area della bandiera italiana da sventolare al passaggio del Duce e svolgere un tema di italiano dal titolo “Perché sei Balilla (o Piccola Italiana)”. All’uscita sono presi di mira da Rachele, Francesca e Carla, che scaglia un sasso contro l’ex-amica ferendola a una spalla. Compiendo quel gesto estremo Carla perde la faccia e l’onore, ma si compra l’amicizia delle sue compagne, che l’accolgono finalmente nel loro cerchio ristretto.

Arriviamo al 10 giugno del 1940, quando Mussolini annuncia l’entrata in guerra dell’Italia, a fianco degli alleati tedeschi e contro le forze capitaliste e plutocratiche franco-inglesi. Il cibo, già razionato a causa dell’embargo per aver invaso l’Abissinia, scarseggia. I Treves possono permettersi di comprare solo latte e pane nero. I vestiti passano di mano in mano, dai più grandi ai più piccoli e quando sono lisi, vengono smontati e rimontati per farne nuovi indumenti oppure sciarpe. Nonostante nonna Esther lavori di nascosto per il signor Minghetti per portare a casa qualcosa, i Treves sono costretti a vendere perfino pezzi di arredamento. I Minghetti, per quieto vivere, hanno intanto preso la tessera fascista e iscritto Fausto agli Avanguardisti. Lo zio Piero, il fratello del signor Minghetti che lavora alla Pirelli, è l’unico comunista della famiglia, ma con buona pace della signora Isabella non vive in casa con loro.

Iniziano i bombardamenti, le corse nei sotterranei e nei rifugi. Durante un bombardamento, Francesca muore sotto le macerie di casa. In questa stessa occasione Liliana e Carla si ritrovano. Liliana è paralizzata dalla paura in mezzo a una strada e non riesce a muoversi per entrare nel rifugio; Carla la prende per mano e la trascina verso la salvezza.

La paura di morire e il desiderio di sopravvivere spingono alcune persone a compiere atti vili e riprovevoli. Rosa, l’ex domestica dei Treves, li denuncia ai fascisti sperando di riscuotere la taglia posta sulla testa degli ebrei e di poter occupare la loro casa. Per fortuna il signor Minghetti procura loro dei documenti falsi e li aiuta a scappare a Monvalle, un paesino sul Lago Maggiore. Sotto il falso nome di Trevigiani sono ospitati dai nonni Attilio e Caterina che li nasconderanno, a loro rischio e pericolo, per tutto il periodo della guerra.

Dopo l’armistizio, si entra paradossalmente nella fase più tragica del conflitto. I Minghetti chiudono casa e negozio e sfollano pure loro in campagna dai nonni. Fausto e lo zio Piero diventano partigiani e si danno alla macchia. In paese continuano senza sosta i rastrellamenti degli ebrei, le deportazioni in massa, gli omicidi. Carla e Liliana crescono libere e serene, mentre Radio Londra aggiorna sull’avanzata delle truppe alleate.

Il romanzo ha una conclusione felice, come purtroppo spesso nella realtà non è successo e come invece è giusto che sia. Milano viene liberata, Mussolini e la Petacci sono uccisi e appesi a testa in giù a Piazzale Loreto. Gli oppressi esultano di gioia, gli oppressori – come la maestra Panzeri – subiscono l’umana punizione per le loro azioni. I Minghetti e i Treves possono tornare in città. La casa e il negozio dei Minghetti non sono stati danneggiati dai bombardamenti. Rosa è scappata e ha lasciato libero l’appartamento dei Treves. Fausto e Miriam si ritrovano e possono vivere il loro amore.

Come dicevo, il finale del romanzo è giusto e adatto al pubblico di ragazzi per i quali è stato scritto. Consiglio comunque questa lettura a tutti, per non dimenticare le vicende tragiche dell’Italia di allora e per non cedere alla tentazione di girare le spalle ai nostri amici discriminati quando ci troviamo di fronte alla scelta tra ciò che ci fa comodo e ciò che è giusto.

Grande merito all’autrice che ha scelto per la protagonista il nome di Liliana, in omaggio a Liliana Segre, in queste settimane oggetto di vili attacchi denigranti.