Oggi vi propongo l’ennesimo libro di Jerry Spinelli, il mio autore di libri per ragazzi preferito insieme a Stephen King. Si tratta di Misha corre, uscito in lingua originale nel 2003 e pubblicato più volte in Italia dalla casa editrice Mondadori.

La copertina che vedete nell’immagine di anteprima è quella del 2013, data della ristampa più recente. Io preferisco quella della prima edizione italiana, con l’ombra di un ragazzo che corre proiettata sul muro del ghetto di Varsavia, che mi sembra davvero cogliere il significato più profondo della storia e descriverne meglio il contenuto.

La vicenda che Spinelli ci racconta in questo romanzo ha molte affinità con la storia narrata in Una casa per Jeffrey Magee. In entrambi i casi i protagonisti sono due ragazzi soli, che andrebbero salvati prima di tutto da loro stessi, e che invece si trovano a dover fare i conti con una società che esclude e prevarica i diversi. Jeffrey ha a che fare con il razzismo e la segregazione razziale nella Pennsylvania del dopoguerra; Misha con la caccia agli ebrei e agli zingari nella Varsavia degli anni Quaranta. Entrambi corrono, scappano da qualcosa e inseguono qualcuno. Nella loro parabola di crescita entrambi subiscono varie forme di separazione: la separazione dal nucleo familiare, la separazione tra bianchi e neri, la separazione tra ariani e razze impure. Divisioni difficili da ricomporre e ricomposte da un solo gesto di amore puro.

“Sto correndo. E’ il mio primo ricordo. Corro. Ho qualcosa stretto fra le mie mani, stretto al petto, Pane, naturalmente. Qualcuno m’insegue: Fermo! Ladro! Corro. Gente. Spalle. Scarpe. Fermo! Ladro! A volte è un sogno. A volte un ricordo che mi fulmina durante il giorno, mentre mescolo il tè freddo o aspetto che la minestra si riscaldi. Non vedo mai chi m’insegue, chi mi urla dietro. Non mi fermo mai abbastanza a lungo da poter mangiare il pane. E al mio risveglio, o quando mi riscuoto dal ricordo, mi sento formicolare le gambe.”

Varsavia, autunno del 1939. Misha è un bambino di forse 8 anni, senza passato e senza futuro. Vive solo per le strade della città e la sua unica preoccupazione è procurarsi il cibo. Non parla mai con nessuno, conosce poche parole, non sa nulla delle sue origini. Vive un’esistenza randagia, dorme dove capita, non si lava, non possiede altri vestiti oltre quelli che indossa, non è mai stato da un barbiere, non sa cosa siano le medicine.

I grandi lo chiamano in vari modi – ladro, sporco ebreo, schifoso nanerottolo, sporco figlio di Abramo – ma lui non interessa. Una cosa sa per certo: non è ebreo. E’ estasiato dalle SS in parata e si incanta a osservare i carri armati che entrano in città. Gli stivaloni neri e lucidi e le divise militari con l’aquila d’argento gli piacciono tantissimo. Quando sarà grande anche lui diventerà uno Stivalone e nell’attesa si esercita a stare sull’attenti e a marciare col tradizionale passo dell’oca.

Non è un ebreo. Anzi. Durante la notte dei cristalli si è divertito un sacco al rumore di tutte quelle vetrate in frantumi e ha riso quando gli Stivaloni hanno denudato un ebreo e lo hanno dipinto di giallo, e quando ne hanno costretto un altro a pulire il marciapiede strisciando la sua barba, e anche quando hanno legato un ebreo nudo su un cavallo e l’hanno lanciato al galoppo e la faccia dell’ebreo sbatteva contro il sedere della bestia imbizzarrita. Lui non è un ebreo!

Uri il rosso, Kuba il pagliaccio, Olek un-braccio-solo, Ferdi, Enos Faccia-Scura e Jon – i ragazzi ebrei con cui vive nel sotterraneo di una bottega da barbiere abbandonata – pensano che sia stupido ma lo accettano all’interno della banda, perché nessuno è più svelto di lui a rubare e più veloce a scappare.

Uri, in particolare, sembra avere un debole per lui. Lo lava, gli taglia i capelli, gli procura dei vestiti nuovi e gli racconta di aver avuto notizie della sua famiglia: la famiglia Pilsudski. Suo padre è un commerciante di cavalli, sua mamma predice il futuro leggendo le carte, ha sette fratelli e cinque sorelle, due bisnonni e una trisnonna di 109 anni. Si spostano dalla Russia alla Polonia in una carovana di sette carri, trainati da 14 cavalli. Anche Misha, finché è stato con loro, aveva la sua cavalla personale, Greta la pezzata. Poi un giorno la carovana è stata bombardata da un aereo degli Stivaloni e Misha è svenuto e, quando si è risvegliato, si è trovato completamente solo. L’unico ricordo della sua vita precedente è il ciondolo con la pietra gialla che porta sempre al collo, un dono di suo padre.

Ora che ha un cognome e una storia Misha Pilsudski è ancora più fiero di essere uno zingaro e risponde a tutti coloro che lo apostrofano come ebreo: “Non sono un ebreo, sono uno zingaro! Mi chiamo Misha Pilsudski!”

A Uri non sembra una buona idea e nemmeno un motivo di orgoglio, ma Misha non ascolta i consigli. Le botte sembrano essere l’unico deterrente per tenerlo lontano dai guai, anche se Misha è davvero uno specialista nel cacciarsi nei pasticci: ad esempio non perde occasione di vantarsi con gli Stivaloni di essere uno zingaro, oppure entra nelle case dei ricchi per rubare direttamente dalle loro dispense o dalle loro tavole imbandite, o ancora sale sulle giostre riservate ai bambini ariani, in pieno giorno, senza pagare il biglietto. Insomma, non solo vive in costante pericolo, ma è un pericolo per tutta la banda.

Ma Misha è anche generoso e ha il cuore d’oro: tiene per sé solo lo stretto necessario e il resto lo divide con la banda, oppure lo dona alla famiglia di Janina Milgrom – una bambina ebrea che ha conosciuto durante una delle sue scorribande – e agli orfani del dottor Korczak.

Un anno dopo, la vita degli ebrei a Varsavia è molto cambiata. Gli Stivaloni hanno circondato la città vecchia con un altro muro di mattoni, sovrastati da filo spinato, e hanno rinchiuso nel ghetto tutti gli ebrei, compresi i Milgrom e gli orfani del dottor Korczak. Misha ha seguito Janina e si è ritrovato rinchiuso nel ghetto, insieme a una parte dei componenti della banda.

Nel ghetto la vita è orribile. Non c’è luce né riscaldamento, non c’è nulla di commestibile se non i ratti, non ci sono medicine, non c’è acqua corrente, non ci sono bagni a sufficienza. Chi si ammala per il freddo o per le infezioni o la fame muore per strada – come accade a Jon – e il suo cadavere viene spogliato dei suoi averi – prima di tutto le scarpe – e rimane lì coperto da un giornale, finché non passano i becchini a caricarlo sul carretto.

Spesso gli Stivaloni entrano nel ghetto e costringono gli ebrei a stare tutta notte sull’attenti. Chi cade viene ucciso. Altre volte costringono gli ebrei, come i signori Milgrom, a lavorare nelle fabbriche degli ariani senza ricevere alcun compenso. Misha, che ormai dorme nell’appartamento dei Milgrom, decide di aiutare e ogni notte sfida il coprifuoco e esce dal ghetto passando per un piccolo varco nel muro. A volte Janina lo segue. Impara in fretta e presto si rivela una ladra più veloce e silenziosa del suo piccolo maestro.

Ormai rubare qualcosa da mangiare in città è diventato quasi impossibile: i negozi sono pressoché vuoti e presidiati da guardie armate. Chi viene sorpreso a rubare agli ariani è impiccato all’istante al più vicino palo della luce, come accade a Olek un-braccio-solo. I piccoli ladri invece vengono consegnati al Buffo, uno degli ebrei che i nazisti hanno assoldato come guardiani e spie del ghetto (le Caccole), perché li uccida a mani nude.

Le condizioni di vita all’interno del ghetto peggiorano ulteriormente all’inizio del 1941. Lo spazio a disposizione dei residenti è ridotto e i morti per fame, malattie e sevizie crescono di giorno in giorno. Dopo la morte della signora Milgrom, nell’appartamento si insedia un’altra famiglia. Per strada ci si accanisce per una cipolla, ci si picchia per una patata, si uccide per una rapa. Ognuno è libero di rubare tranquillamente, tanto non c’è nulla da rubare e in ogni caso ruberebbe agli ebrei. L’umanità si sgretola, gli uomini diventano lupi e sbranano i loro parenti stessi.

Janina cade in uno stato pietoso: a volte piange e strilla, un momento dopo ride a crepapelle, non parla, non comunica, regredisce. Per strada c’è chi muore, chi sbatte la testa contro al muro fino a rompersela o chi – come lo zio Shepsel – cerca una via d’uscita convertendosi al luteranesimo. Misha non vede quasi mai i suoi amici, che vivono nelle fogne e ora devono lottare per scampare non solo alla fame ma anche al tifo e ai lanciafiamme degli Stivaloni.

Iniziano i bombardamenti russi, che non risparmiano né il Paradiso (come viene chiamata la zona ariana di Varsavia) né il ghetto. Ancora non abbiamo toccato il punto più basso della parabola discendente. Bisogna attendere l’estate del 1942 per assistere all’ultimo atto di questa tragedia.

Durante una notte per le strade di Varsavia, Misha incontra finalmente Uri. E’ vestito e pettinato bene, ha scarpe nuove e pulite. Lavora. Uri gli ordina di non chiamarlo mai più col suo nome e gli consiglia di scappare dal ghetto e da Varsavia.

“Cominceranno presto. Vogliono svuotare il ghetto. Non essere qui quando arriveranno. Devi andartene. Vattene. Scappa. E non smettere di scappare. Per sempre. Non guardare in faccia a nessuno. Non fermarti per nessun motivo. Non sei un ebreo. Non sei uno zingaro. Non sei nessuno. Ripeti: Non sono nessuno!”

Come previsto da Uri, pochi giorni dopo gli Stivaloni iniziano a svuotare il ghetto. Ogni giorno scelgono 5.000 abitanti, procedendo isolato per isolato, una strada alla volta, e li caricano su treni che partono dalla stazione Stawki.

“Reinsediamento, mormorava la gente. Saremo liberi! Ricomincerò a riparare scarpe! Avremo da mangiare! Si guardavano negli occhi, annuivano e dicevano: Sì… Sì…”

Ma nel ghetto circolavano anche altre voci che parlavano di recinzioni che friggono, celle peggio di stie, forni che non smettono mai, e di cenere che cade come neve.

I ragazzi spariscono uno a uno: prima Ferdi, poi Kuba, poi Enos. Poi è la volta del dottor Korczak e dei suoi orfani che salgono in treno due a due, tenendosi per mano e cantando la loro canzone.

Il signor Milgrom ordina a Misha di non rientrare più nel ghetto, di scappare e di portarsi dietro Janina, ma Janina non vuole, si ribella, vuole rimanere col padre. E così una notte, gli Stivaloni rastrellano la loro via, svuotano il loro condominio, distruggono il loro appartamento.

Janina, il signor Milgrom, zio Shepsel e Misha sono subito separati. Tre di loro vengono caricati sui vagoni e di loro non si saprà più nulla. Misha viene salvato, ancora una volta, da Uri, che riesce a farlo scappare.

Misha trascorre i tre anni successivi in una fattoria dispersa nelle campagne di Varsavia. Il contadino che lo ha trovato malato e febbricitante, lo prende con sé ma lo tratta come uno schiavo: lo fa dormire e mangiare insieme ai maiali e lo tiene legato per una gamba perché non fugga. E’ Elzbieta, sua moglie, che lo aiuta a fuggire.

Misha torna a Varsavia perché vuole trovare Janina. Trova il ghetto, ma non trova più via Niska, né il condominio dove aveva abitato, né il palo dove avevano appeso Olek. Viene a sapere che all’inizio del ’43 era scoppiata una rivolta soffocata nel sangue e che tutti i sopravvissuti erano stati deportati. Gran parte del ghetto era stata rasa al suolo. Quello è il punto zero della vita di Misha. Da lì può solo ripartire.

Consiglio questo libro a tutti coloro che hanno dimenticato cosa successe in Europa poco più di 70 anni fa e sostengono che non c’è più bisogno di festeggiare la Liberazione dal nazi-fascismo, perché il passato è passato e non ritorna e sarebbe una festa “divisiva”.

Misha corre si trova praticamente in tutte le biblioteche. Se volete acquistarlo, fa parte della collana Oscar Junior della Mondadori.

Se siete utenti MLOL potete scaricare l’E-book all’indirizzo http://emilib.medialibrary.it/media/scheda.aspx?id=150030438

Se non siete ancora registrati e volete farlo, rivolgetevi alla vostra biblioteca di riferimento: è facile e gratuito.