Cercate una storia che sa di America profonda, di fame vera e file interminabili alla mensa dei poveri, di vestiti sporchi e logori e doni inaspettati, di caldo torrido e dormite sotto gli alberi, di scantinati di biblioteche, di passaggi in macchine guidate da sconosciuti, di corse per sfuggire a poliziotti armati di manganello, di angherie e solidarietà, di salsicce e pannocchie, di polvere e sudore? Ce l’ho!

E’ Il ragazzo con il futuro nella valigia di Christopher Paul Curtis, pubblicato nel 1999 da Mondadori col titolo Bud, non Buddy nella collana “Junior Bestseller” e recuperato oggi dal Battello a Vapore.

Nel panorama attuale della narrativa per ragazzi, sempre più spinto verso la contemporaneità, Il ragazzo con il futuro nella valigia / Bud, non Buddy è qualcosa di nuovo e di diverso. E’ una storia che si svolge al di là dell’oceano in un tempo lontano e che è distante mille miglia dal quotidiano dei nostri ragazzi. Una storia che non fa leva su situazioni – web, smartphone, videogiochi, TV, youtube, trap – in cui è facile che si immedesimino. Una storia che racconta il sogno americano – la disperazione e la possibilità di riscatto – con parole semplici, fresche, leggere ma mai trascurate. Una storia emozionante e coinvolgente narrata con uno stile ironico, che strappa il sorriso di pagina in pagina.

Che dire? Un libro proprio bello, che ha davvero meritato la Newbery Medal assegnata all’autore “per il suo contributo alla letteratura americana per bambini.”

Ecco tutta la storia, per filo e per segno.

Michigan, 1936. Bud Caldwell ha 10 anni e dal giorno della morte di sua madre vive in un orfanotrofio della città di Flint. Più che vivere, per la precisione, entra e esce da quella che chiama Casa, perché le assistenti sociali tentano in ogni modo di darlo in adozione, ma pare che non esista famiglia in cui riesca a integrarsi.

Quando anche il periodo di prova presso gli Amos fallisce, Bud decide che è arrivato il momento di lasciare Flint e dirigersi verso Ovest, dove crede viva suo padre. Padre che non ha mai conosciuto e di cui in realtà non sa proprio nulla, perché la madre ha rimandato il racconto della sua nascita a quando sarebbe stato più grande e poi è morta prima che lui fosse abbastanza grande da conoscere la verità.

Così Bud (e non Buddy, che è “un nome da cane, un nomignolo che certa gentaglia usa per farti credere di essere tua amica e fregarti”) parte per un viaggio senza ritorno, portandosi dietro l’unica eredità che sua mamma gli ha lasciato: una valigia che contiene una foto di lei da bambina a cavallo con un enorme e sudicio cappello, la coperta intrisa del suo profumo, cinque sassi con incisi luoghi e date e alcuni volantini. In quello azzurro è ritratto un uomo – Herman E. Calloway – che suona un violino gigante. Negli altri ci sono solo delle minuscole illustrazioni e delle scritte col nome di Herman E. Calloway e di varie blues band.

Sua mamma non gliel’ha mai detto apertamente, ma Bud è convinto che Calloway sia suo padre: stessi occhi, stessa testa tonda grande come un melone, cognome molto molto simile. Oltretutto, sua mamma veniva dall’ovest, dove Calloway  vive e si esibisce. E alla fine, se Calloway non fosse suo padre, per quale motivo sua mamma avrebbe conservato i volantini degli spettacoli?

Bud percorre un tratto di strada con il suo amico Bugs, poi a Hooverville le loro strade si dividono: Bugs e altri disperati salgono clandestinamente su un treno diretto a Chicago, Bud si avvia a piedi verso Grand Rapids. E così noi lettori seguiamo lui, piccolo e gracile, nero come la pece, e la sua valigia piena di ricordi attraverso il Michigan della Grande Depressione, dove le mense dei poveri sono prese d’assalto, le famiglie indigenti vivono in case di cartone, i sindacalisti lottano per condizioni di lavoro più giuste e i poliziotti bianchi sparano addosso a chi è sorpreso a vagabondare, soprattutto se ha la pelle nera.

Già, i bianchi. Tutti coloro che aiutano Bud nel corso del suo lungo cammino sono afroamericani: nero l’amico Bugs, nera Deza Malone, la prima ragazza che bacia sulla bocca, nero il signor Lefty Lewis e nera sua figlia, la signora Sleet. I bianchi invece stanno dall’altra parte della barricata. I ricchi capitalisti e latifondisti guidano auto lussuose e mangiano tutti i giorni e hanno vestiti bellissimi e sono sempre sorridenti, come le famiglie ritratte sui cartelloni pubblicitari. Perfino i bianchi poveri discriminano i neri, come se essere nero fosse molto ma molto peggio di essere povero. L’America degli Anni Trenta, si sa, non era un paese per neri.

Arrivato a Grand Rapids, Bud incontra suo padre al Log Cabin – il locale di cui è proprietario – e ne resta davvero deluso: Calloway è un vecchio pelato, con lo sguardo da lupo e la pancia gonfia come se avesse mangiato i tre porcellini, che lo guarda con sospetto e lo tiene a distanza. Al contrario dei componenti della sua band che lo accettano e lo fanno sentire parte di una vera famiglia, soprattutto Miss Thomson, la cantante del gruppo e seconda moglie di Calloway.

La nuova signora Calloway convince il burbero marito a dare a Bud una possibilità: rimarrà con loro per una settimana, finché non riusciranno ad avere maggiori notizie sul suo passato a Flint. Bud parte per un nuovo viaggio in Michigan, questa volta in tournée al seguito di una jazz band. Carica e scarica gli strumenti musicali dalle macchine, li pulisce, e ascolta frammenti di storie passate.

Pian piano, riesce a mettere ogni tassello al suo posto e scopre finalmente chi è davvero Hermann E. Calloway per lui.

Nato a Flint nel 1953, Christopher Paul Curtis conosce bene i luoghi in cui ha ambientato la sua storia e li descrive in modo così vivido che mi è sembrato di fare un viaggio nell’America profonda senza farmi muovere dal divano. La storia lascia il segno, col suo giusto mix di avventura, desideri, speranze, delusioni e disillusioni. Alcuni spunti sulla situazione economica dell’America degli Anni Trenta e sul tema del razzismo si prestano ad approfondimenti storici.