Per la mia limitata esperienza, il genere biografico non riscuote grande successo né tra i giovani né tra i meno giovani, me compresa. Nel corso dei dieci anni trascorsi tra gli scaffali della biblioteca, avrò distribuito 50 biografie, volendo abbondare.

La rilevazione statistica della produzione libraria presso gli editori conferma un sostanziale disinteresse dei lettori per le biografie e le autobiografia, tranne che nel caso di personaggi del mondo della musica e dello spettacolo.

Se, nonostante ciò, siete alla ricerca di un piccolo, delizioso libro per accostarvi a Emily Dickinson, al suo mondo incantato e alla sua poetica vi consiglio La cena del cuore. Tredici parole per Emily Dickinson di Beatrice Masini, edito nel 2015 da rueBallu edizioni nella collana Jeunesse ottopiù.

E’ un’autentica perla, che ho scoperto a maggio, al Festival del Premio Letteratura Ragazzi di Cento, grazie al laboratorio “Leggere, scrivere, poetare con e per l’infanzia” di Manuela Gallerani.

L’oggetto-libro è bellissimo. Realizzato in materica – una carta naturale realizzata con fibre di cotone che donano morbidezza alla superficie – è stato concepito come un taccuino, con un cordoncino nero che ferma le pagine.

La forma e il materiale ricordano quegli album che le brave bambine della mia generazione ricevevano in regalo a primavera e che servivano loro per raccogliere, catalogare e conservare fiori e foglie essiccate durante l’estate.

Altrettanto eleganti e raffinate sono le tavole illustrate di Pia Valentinis, che introducono i lettori nel mondo fragile e incontaminato di Emily e permettono di visualizzare le cose che le furono care – pietre, animali, fiori, erbari, lettere, ricami, abiti – con lo sguardo che lei stessa posò su di esse.

Il racconto ruota attorno a dodici parole, che, come il filo di Arianna, conducono il lettore nel complessissimo labirinto della poetica e della vita di Emily Dickinson. Il risultato è il ritratto della figura e dell’opera di una donna-poeta dell’Ottocento, pressoché ignorata dai suoi contemporanei nonostante una produzione di circa 1.800 poesie.

La prima parola è Casa. Evoca l’Homestead di Amherst, Massachusetts, dove Emily nacque e visse la maggior parte della sua vita, uscendo rare volte e solo per far visita ai parenti. Dopo la morte del nipote preferito non varcò più la soglia di casa, nemmeno in occasione del funerale dei genitori.  Ora Homestead ospita il museo storico a lei dedicato.

Ritratto è il capitolo che la descrive fisicamente. Leggendolo, scopriamo che di Emily restano solo un ritratto di lei bambina e un dagherrotipo, cioè una delle prime fotografie, di lei a 17 anni. Eccolo…

Pietre racconta il periodo che Emily trascorse al College di Mount Holyoke, una delle prime scuole femminili americane. Fondato dal nonno, il College era un’opportunità gigantesca per le giovani americane di quegli anni, nate in una società in cui non era ritenuto necessario che le bambine si istruissero, dato che una volta cresciute avrebbero dovuto occuparsi esclusivamente della casa e dei figli.

A Mount Holyoke, Emily non studia letteratura, come ci aspetteremmo da una poetessa, ma algebra, geometria, fisica, chimi e astronomia. Si appassiona particolarmente alla geologia. Non c’è nulla da stupirsi, quindi, se pietre, sassi, minerali e vulcani affollano le sue poesie.

Emily ama la natura e nel capitolo intitolato Cani, gatti e il resto ci sono vari aneddoti che riguardano il suo rapporto speciale con gli animali. C’è anche una sua poesia famosissima: Per fare un prato ci vogliono un trifoglio e un’ape sola. Un solo trifoglio e un’ape. E il sogno. Il sogno può bastare, se le api sono poche.

Altra passione di Emily – questa volta in linea con le ragazze della sua generazione – sono i fiori, con cui riempie gli erbari e che cita spesso nelle sue poesie.

Scrivere, leggere, scrivere è il capitolo dedicato all’esplorazione delle due grandi passioni della protagonista: la lettura e la scrittura. Scrittura non solo di poesie, ma anche di lettere. Tantissime, inviate a parenti, conoscenti e anche a sconosciuti corrispondenti. Per Emily, che vive relegata in una prigione dorata, sono una finestra spalancata sugli avvenimenti nel mondo.

Emily passa quasi tutta la sua vita tra quattro mura; è naturale che la Famiglia sia tutto il mondo. Conosciamo così il padre, un uomo importante e di riferimento per la società in cui vive, la madre silenziosa, solitaria, pallida, malata; la sorella Lavinia, pratica e concreta, il pilastro della casa; il fratello Austin che sposerà Sue, la sua migliore amica.

Emily non si sposò mai ed ebbe scarsissime amicizie. Conobbe però l’Amore esplosivo, incandescente e appassionato, del quale traboccano le sue poesie. Fu un amore platonico, d’accordo, ma non per questo meno dirompente.

Amore, tu sei alto. Io non posso scalarti. Ma se fossimo due… Se fossimo in due, scrive Emily, tutto sarebbe possibile. Ma due, per il suo carattere sensibile e introverso, è troppo.

Emily scrisse in vita quasi 1.800 poesie ma non ebbe praticamente alcun riconoscimento: le sue poesie così semplici e brillanti e il linguaggio libero, selvaggio, irregolare non erano conformi al gusto dell’epoca.

Dopo la sua morte, la sorella Lavinia scopre nella sua camera un baule pieno di poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo. Nel 1890 Mabel Loomis Todd, amica di Austin, riesce ottenere la pubblicazione di un volume di poesie, primo di una lunga serie. Dal 1924 al 1935 vengono pubblicate altre trecento poesie trovate dalla nipote Martha dopo la morte della madre, Sue, a cui Emily le aveva affidate in custodia. Raggiunto il Successo, diverse poesie furono poi ricavate dalle sue lettere e dai biglietti che scrisse per accompagnare i doni fatti a parenti e amici.

E’ rimasto un solo vestito di Emily. E’ semplice: facile da indossare e da smacchiare. E’ senza fronzoli: un vestito da casa e da lavoro. E’ Bianco come la neve, i fiori semplici, gli spettri, il silenzio, la luna. E la purezza.

La Morte la raggiunse nello stesso luogo in cui era nata, ad Amherst, il 15 maggio 1886, quando aveva 55 anni. Emily partì per l’ultimo viaggio in una bara bianca, coperta delle sue amate violette.

La cena del cuore è la frase di Emily con cui si chiude il libro.

“Dopo che fosti partita, venne l’affetto. Alla cena del cuore invitiamo le persone che ci sono più care. Che possano sempre dividere il pane e l’acqua, o il vino, con noi. Non è necessario che ci siano sempre, vere e vive e concrete, attorno a un tavolo. Magari sono lontane, o sono andate via. Ma se pensiamo a loro, se ci sono necessarie, è come se le invitassimo ancora e ancora a mangiare con noi, a restare con noi…” scrive Emily all’amica Mrs. Holland.

Cosa voleva dirle di preciso?

Qualcosa che riguardava la loro amicizia e il loro modo di stare insieme? Qualcosa di più intimo, che riguardava Emily e il suo rapporto con gli altri? Oppure la cena del cuore ha a che fare con la poesia, che arriva al cuore quando ce ne siamo allontanati e che nutre il nostro spirito dopo una digestione adeguata?