C’è una buona notizia: è tornato il Re! Il re è, ovviamente, Stephen King, scrittore statunitense sulla cresta dell’onda da 40 anni, che può vantare 500 milioni di copie vendute in tutto il mondo, innumerevoli romanzi da cui sono state tratte sceneggiature di film e serie TV, un PEN America Literary Service Award nel 1986 e una National Medal of Arts nel 2015. Oh capiamoci: non ho scritto che King non ha sbagliato neanche un libro tra i più di 200 che ha scritto! Dico solo che ha riscosso suo enorme successo popolare e continua a riscuoterlo grazie alla straordinaria capacità di narrare.

Nel 2018 la Sperling & Kupfer ha dato alle stampe La scatola dei bottoni di Gwendy, uscito negli USA l’anno precedente col titolo di Gwendy’s Button Box. Il libro è stato scritto a quattro mani con Richard Chizman, editore della casa editrice Cemetery Dance e redattore dell’omonima rivista, specializzata nel genere horror. Scrittore di racconti, sceneggiature e insegnante di scrittura creativa, da tempo collabora con Stephen King ad alcune edizioni speciali dei suoi libri.

La prima cosa che mi viene da dire è che avrete tra le mani un perfetto manuale di scrittura creativa anglosassone. La storia di Gwendy, dalla scuola media fino al college, si srotola in poco più di trenta capitoli, alcuni davvero molto corti. Lo stile è cinematografico: gli autori lasciano che siano le azioni e le parole dei personaggi a dare spessore alla vicenda, non si sbilanciano in giudizi e opinioni, non sottendono nulla, né appesantiscono il racconto con dettagli superflui. Il narratore, al pari di un regista di una serie TV, è onniscente e distaccato: mostra i fatti, più che raccontarli, e se ha delle opinioni in merito, lascia che ad esprimerle siano i protagonisti.

Come al solito, partiamo dal riassunto; poi, se arrivate fino in fondo, scoprirete cosa ne penso.

1974, Castle Rock, Maine. Gwendy Peterson ha 12 anni e un sacco di problemi. E’ cicciottella, porta gli occhiali con lenti a fondo di bottiglia, è stata bullizzata per tutto l’anno da Frankie Stone e la sua cricca, non può chiedere aiuto ai genitori, dipendenti dall’alcol e in crisi sentimentale. Per dimagrire e rimettersi in forma prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, Gwendy decide di salire ogni giorno i 400 gradini della scala del suicidio, una scala di ferro che sale a zig zag sul fianco di un dirupo e che ha preso il nome da due fatti terribili avvenuti nel 1934 e pochi anni prima, quando due ragazzi l’avevano percorsa tutta e si erano lanciati nel vuoto, morendo sul colpo.

Un pomeriggio, mentre è impegnata nella discesa, Gwendy viene avvicinata da un signore dell’età di suo padre, di bell’aspetto e con gli occhi azzurri. Indossa dei jeans neri, una camicia bianca con i primi bottoni slacciati e un pastrano nero al posto della giacca. In testa ha un elegante cappello, anche questo nero. La ragazza lo aveva già notato nei giorni precedenti, sempre seduto sulla stessa panchina, ma lo sconosciuto non aveva mai tentato l’approccio né lei gli aveva dato confidenza. Quel pomeriggio, invece, l’uomo la invita a sedere un attimo per scambiare due parole. Dice di chiamarsi Richard Farris e di tenerla d’occhio da un po’ e le chiede il motivo per cui ogni giorno si sottopone alla sfacchinata di salire la collina. Saputo che i compagni di scuola la bullizzano per il suo aspetto fisico e la chiamano “Goodyear” per ridicolizzarla, Farris sfila da sotto la panchina una bellissima scatola di mogano e la porge alla ragazza.

Gwendy non ha mai visto nulla di simile. Sul coperchio ci sono otto bottoni: sei, accoppiati per colore, disposti su tre file (verde chiaro-verde scuro, arancione-giallo, blu-viola) e uno rosso ed uno nero alle estremità. Ai lati ci sono invece due levette. Nel mezzo della scatola c’è una feritoia. Farris le mostra il loro funzionamento. I bottoni corrispondono ai continenti: il verde chiaro all’Asia, il verde scuro all’Africa, l’arancione all’Europa, il giallo all’Oceania, il blu al Nordamerica ed il viola al Sudamerica. Il pulsante rosso rappresenta “quello che ti pare” ed è l’unico a poter essere schiacciato più volte, mentre il nero è il pulsante del “tutto quanto”. I pulsanti sono molto duri da schiacciare. Le levette invece si tirano facilmente. La levetta di sinistra aziona un piccolo vassoio che esce dalla fessura con un cioccolatino. Ogni cioccolatino ha forma diversa, ma tutti tolgono la voglia di mangiare, di chiedere bis, di fare spuntini fuori pasto. Gwendy lo assaggia e dice di non aver mai assaggiato nulla di migliore, ma non sente il desiderio di mangiarne un altro e si stupisce ancora di più. Subito dopo Farris le mostra cosa succede tirando la levetta di destra: dalla feritoia viene fuori un dollaro Morgan del 1891, una moneta rarissima e di grande valore.

Gwendy accetta il regalo, ma chiede perché proprio a lei e che cosa succederebbe se schiacciasse uno di quei bottoni. Farris, un attimo prima di sparire nel nulla, gli risponde: “Perché mi chiedi qualcosa che sai già?”

A casa, Gwendy nasconde la scatola in giardino ma non passa giorno che non vada a tirare la levetta di sinistra per mangiare il cioccolatino. Impercettibilmente ma costantemente le cose migliorano: continua a perdere peso senza eccessivi sacrifici, a scuola nessuno la chiama più Goodyear, non ha nemmeno più bisogno degli occhiali perché inspiegabilmente ha recuperato i decimi di vista che le mancavano. Alla fine delle medie Gwendy è diventata un vero schianto, è una delle ragazze più popolari ed è una colonna portante sia della squadra di atletica che di quella di calcio.

Dalla prima liceo, però, Frankie Stone – che nel frattempo ha preso una brutta strada – riprende purtroppo a molestarla, questa volta sessualmente. Gwendy è talmente stressata ed esasperata che una notte sogna di storcergli il braccio fino a romperglielo. La mattina successiva viene a sapere che Frankie ha avuto un grave incidente ed è ricoverato all’ospedale con fratture multiple su tutto il corpo e sulle braccia in particolare. Nella mente di Gwendy inizia a prendere forma un’idea: e se la scatola avesse una volontà propria? Se avesse una qualche forma d’intelligenza? Se avesse la capacità di modificare gli eventi a suo piacere?

L’anno successivo a Gwendy sembra di intravedere Farris tra la folla. Anche questa volta, Farris si dilegua misteriosamente, tanto che Gwendy si convince di essere stata vittima di un’allucinazione. Le viene, però, la curiosità di usare i bottoni colorati, per vedere se davvero funzionano. Cerca così sull’atlante un luogo desolato e disabitato e lo trova in una piccola area del Sudamerica; preme il pulsante viola e va a dormire. La mattina successiva scopre che il capo di una setta della Guyana francese ha spinto 900 seguaci al suicidio e la notizia la atterrisce. In quegli stessi giorni, Gwendy litiga con Olive, che la accusa di essere diventata un’egoista. L’amicizia va in frantumi. Gwendy si concentra sul college e decide di vendere due monete d’argento per pagare la retta. Alla fiera dell’antiquariato fa la conoscenza del signor Lenny, un veterano che la prende in simpatia e la difende da Frankie Stone sempre più aggressivo e minaccioso.

Trascorrono altri due anni e arriviamo al 1979. A pochi giorni dalla fine della scuola, Olive si suicida, buttandosi giù dalla scala dei suicidi. Gwendy è schiacciata dai sensi di colpa per non aver fatto tutto il possibile per riavvicinarsi. Sconvolta, pensa che la scala dovrebbe sparire per porre fine alla catena di morti. Qualche giorno dopo, la scala schianta all’improvviso. Questa volta Gwendy è terrorizzata dal potere della scatola, che anche in questo frangente sembra aver agito autonomamente per realizzare un suo pensiero. Decide così di non mangiare più cioccolatini e non riscuotere monete d’argento e la nasconde in fondo all’armadio. Impercettibilmente ma costantemente le cose peggiorano: aumenta di peso, non primeggia più nello sport, i voti subiscono una flessione.

E’ comunque un bel periodo per Gwendy perché ha conosciuto un ragazzo meraviglioso, Harry Streeter. La scatola, però, non si arrende: una mattina Gwendy si sveglia e se la ritrova nel letto. Il dito è appoggiato sul pulsante nero e sul vassoio c’è un piccolo cioccolatino. In preda al panico, Gwendy nasconde nuovamente la scatola in fondo all’armadio ma pochi giorni dopo, mentre è al parco con Harry a far volare gli aquiloni, il cappello nero del signor Farris di posa vicino a lei, anche se di lui non c’è traccia.

Poco prima degli esami di diploma, Gwendy ed Harry hanno pianificato le vacanze estive e gli studi all’università. A casa della ragazza, mentre si preparano per la festa di fine anno, vengono aggrediti da Frankie Stone, che colpisce a morte Harry utilizzando la scatola dei bottoni. Gwendy, disperata per la morte del fidanzato e terrorizzata da Frankie, riesce a strappargli dalle mani la scatola e a schiacciare con tutta la forza che ha il pulsante rosso (“quello che ti pare”) urlando a Frankie “Marcisci all’inferno!” Nello stesso istante, Frankie Stone inizia a invecchiare rapidissimamente e a decomporsi, fino a scomparire del tutto.

Trascorrono altri cinque anni. Nel 1984, Gwendy si laurea e trascorre l’estate a casa dei genitori. Una sera, mentre è sola, il signor Farris torna a farle visita e finalmente, dopo 10 anni, i due possono parlarsi e chiarirsi. Gwendy è ben felice di liberarsi della scatola, di cui non crede di essere stata una degna custode, in quanto ha provocato un suicidio di massa, la morte della sua migliore amica, quella di Harry, quella di Frankie Stone. Farris, invece, non è dello stesso parere: la rassicura sul fatto che nessuno può distogliere qualcun altro dal compiere il gesto estremo e ribatte che Frankie Stone sarebbe stato un custode ben peggiore. Dopo essersi fatto consegnare la scatola, prima di sparire per sempre, Farris lascia una premonizione a Gwendy sul suo brillante futuro, senza anticiparle troppo, in modo che sia infine completamente libera di compiere le sue scelte.

La morale di questo romanzo breve (o lungo racconto?) può essere racchiusa in poche parole: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità. E non è detto che tutti vogliano assumersele.” La scatola condiziona la vita di Gwendy nel bene e nel male. I primi tempi subisce il fascino magnetico di questo autentico tesoro: lo nasconde, lo vuole tutta per sé, si agita al pensiero che qualcuno possa scoprirlo e impossessarsene. Poi poco a poco entra in una fase ossessiva: nessuno deve trovare la scatola o le conseguenze saranno devastanti. Il climax aumenta a ogni pagina. Nell’episodio centrale, quello dell’uccisione di Harry da parte di Frankie Stone, tutti – credo – avremmo fatto quello che Gwendy fa: avremmo premuto il pulsante del “tutto quello che vuoi” per poi trovarci atterriti e inorriditi dalla conseguenza delle nostre azioni. E così, alla fine del romanzo, anche noi lettori siamo convinti, come Gwendy, che i tesori sono difficili da amministrare, che grandi poteri comportano enormi responsabilità e che, tutto sommato, sia meglio vivere una vita normale, coi suoi alti e i suoi bassi, piuttosto che un’esistenza condizionata da una scatola misteriosa e sottoposta a stretta osservazione da parte del signor Farris.

Unica pecca – perché secondo me una pecca c’è – sta nel fatto che il  libro finisce subito. Più che un romanzo breve, La scatola dei bottoni di Gwendy è un racconto lungo che finisce troppo presto e lascia ai lettori la sensazione che molte parti potevano essere espanse, che i personaggi avrebbero potuto essere più sfaccettati, che molti dialoghi potevano essere sviluppati. C’è tanto “non detto” in questa storia, ed è un peccato, per me che vorrei sempre libri di Stephen King di almeno 700 pagine. Cosa che lui saprebbe certamente fare, perché il Re è il Re!

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