Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più.

Inizia così La terra dei figli di Gipi e già dalla pagina di apertura ci rendiamo conto che non sarà una lettura distensiva.

La fine che c’è stata è la fine del mondo e con essa è finita anche la civiltà come la conosciamo. Da allora nessuno ha più scritto e si è perduta la consuetudine di fissare gli eventi storici attraverso la parola scritta. I sopravvissuti comunicano solo a voce, in un linguaggio sempre più povero e involuto. Nessuno sa come e perché è finito il mondo, perché nessun libro di storia l’ha tramandato e i testimoni diretti non sembrano disposti a raccontare.

Il riassunto

La prime tavole ci introducono al nuovo mondo, quello nato dopo l’apocalisse. E’ una palude desolata in cui ampi spazi incolti si alternano a un reticolo di corsi d’acqua, pozze, stagni, laghi di acqua inquinata. Le risorse alimentari – pesci, tuberi e funghi – sono scarse. Le falde acquifere sono spesso avvelenate. L’aria è mefitica e piena di mosche, attirate da cadaveri putrescenti.

Nella palude vive una piccola comunità di superstiti, che la miseria, l’ignoranza e la paura hanno ridotto a una massa di bruti dediti alle peggiori nefandezze: furti, omicidi, stupri, cannibalismo.

La società è patriarcale: comandano gli uomini. Le donne sono state ridotte in schiavitù e vengono usate come merce di scambio tra le bande. Solo poche sono libere e vivono ai margini della comunità, disprezzate e odiate, per quanto le loro erbe siano indispensabili in caso di malattie e ferite.

In questa terra senza cultura e senza bellezza, non c’è spazio per i sentimenti e le emozioni. I padri insegnano ai figli come procurarsi acqua e cibo e come difendersi dalle minacce. Nient’altro. Niente di più.

I protagonisti della storia sono due ragazzi abbandonati a se stessi. Non hanno mai conosciuto la madre, non conoscono il loro nome né quello del padre – lo chiamano LUI – si esprimono in un linguaggio estremamente limitato e sgrammaticato e spesso comunicano tra di loro ricorrendo a suoni gutturali e gesti. Non fanno nulla, se non passare da un orrore all’altro, senza aspettative per il futuro. In altre parole, so’ stronzi ebbasta (e quanno ce vo’ ce vo’)

Il padre sta male e presto muore. Non lascia nessuna eredità ai figli tranne il suo diario, un libro che però loro non sanno leggere.

Rimasti soli al mondo, i ragazzi hanno bisogno di sapere cosa c’è scritto nel diario e di scoprire quale sia stata la loro origine e cosa il padre pensava davvero di loro. E’ vero che la madre è morta a causa loro? E’ vero che LUI per questo li odiava?

Lasciano, quindi, la palafitta in cui sono sempre vissuti e partono alla ricerca di qualcuno che sappia leggere.

Vanno da Aringo, che però non li aiuta. Forse non può leggere perché è vecchio e non vede bene; forse semplicemente non vuole farlo. I figli sono tipi violenti e lo torturano fino a ucciderlo. Saccheggiano la baracca e trovano solo un paio di occhiali e alcune vecchie foto.

Ma gli occhiali non ti aiutano a leggere se non riconosci l’alfabeto, né le foto a ricostruire la verità che stai cercando se non sai interpretarle.

Allora i fratelli vanno dalla strega ma fanno in tempo solo a dirle che LUI è morto e a vederla piangere che arrivano gli uomini dell’Uberprete e se la portano via trascinandola per i capelli.

I figli proseguono verso la fattoria dei gemelli Lorenzo e Matteo che vivono sulla sponda opposta del lago, ai confini delle terre dell’Uberprete. I gemelli accettano di leggere per loro, ma solo una frase al giorno e solo il cambio di ore di lavoro nei campi e nella stalla.

Il gioco va avanti per un po’ finché i figli non li uccidono e scappano portandosi dietro la loro schiava per usarla come merce di scambio nella terra dei fedeli del dio Fiko.

La terra dei fedeli è un incubo nell’incubo. I fedeli impalano chi non fa parte della tribù e mangiano le loro carni poco a poco, partendo dalla faccia.

I figli sono tipi tosti e riescono a sopravvivere. Nel loro vagabondare incontrano qualcuno che sa ancora leggere e che è disposto a decifrare qualche pagina del diario. Così, uno dei due figli viene a sapere di chiamarsi Lino e che il padre gli voleva bene.

Prima di essere scoperti, i ragazzi ritrovano la strega. Per uscire sani e salvi dalla zona controllata dall’Uberprete devono per forza lasciare qualcosa, e lasciano il libro.

Non verranno mai a sapere tutto ciò che LUI aveva scritto ma lo scambio è comunque vantaggioso: avranno salva la vita e conosceranno per la prima volta la carezza di una madre. Perché nonostante tutto, anche dopo la fine del mondo, la sola cosa che serve davvero è l’amore.

Mi è piaciuto perché…

E noi? Anche noi chiudiamo l’ultima pagina del graphic novel senza sapere cosa c’era scritto nel quaderno del padre. Le cause e i motivi della fine del mondo? L’identità di sua moglie? Il modo in cui è morta? Non sapremo nemmeno perché l’inchiostro in alcuni punti è sbavato. Sono forse lacrime quelle macchie sulle pagine?

Non abbiamo risposta a queste domande, ma forse va bene così: un graphic novel, alla fine, vive più sul non-detto che su quello che racconta.

Se volete leggere La terra dei figli di Gipi lo trovate in commercio edito da Fandango oppure sugli scaffali delle biblioteche di pubblica lettura.