Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita: uno fu il tram, l’altro fu Diego. Diego fu di gran lunga il peggiore.
Questa frase di Frida Kahlo condensa perfettamente le 322 pagine di Il diario perduto di Frida Kahlo, romanzo d’esordio della scrittrice e psicologa Alexandra Scheiman, che intreccia vicende biografiche e invenzioni narrative intorno alla figura dell’iconica pittrice messicana.
La storia parte dalla fine, anzi dalla Fine, con la F maiuscola.
Nell’ultimo giorno di vita, Frida, inchiodata al letto a baldacchino nella sua stanza di Casa Azul, in calle de Londres, a Coyoacán, fa allestire una ofrenda, il piccolo altare domestico addobbato di fiori, pani dolci, fotografie dei defunti, candele, bevande e cibi prelibati. Tutto deve essere pronto per accogliere il Messaggero che, puntuale, ogni anno il 2 novembre, viene a farle visita.
Questo sarà il loro ultimo incontro. Perché da troppo tempo ormai Frida rimanda l’appuntamento con la Madrina, in cambio di una vita piena di arte, impegno politico, viaggi e incontri con personaggi straordinari – André Breton, Tina Modotti, Lev Trotsky e tanti altri – ma anche di dolori fisici ed sentimentali indicibili.
Questa volta Frida chiederà al Messaggero di intercedere presso la Madrina non per avere un anno in più, ma per un’uscita di scena «gioiosa» e per «non tornare mai più».
Dalla fine inizia un romanzo sulla vita di una donna fragile e caparbia, innamorata e tormentata, consapevole della ineluttabilità della morte ma profondamente attaccata alla vita, che ha saputo sublimare nell’arte le proprie ferite.
Il riassunto di “Il diario perduto di Frida Kahlo”
È una calda notte di luglio del 1954 e nella Casa Azul, dove ha vissuto gran parte della sua esistenza, Frida si prepara a morire. Ha fatto allestire, come ogni anno per il Giorno dei Morti, un altare domestico ricolmo di fiori gialli di tagete, candele, incensi, fotografie e pietanze tradizionali in onore della Madrina – la Morte – con la quale ha stretto un patto molti anni prima. Per scoprire quando fu stretto questo patto e quali erano le condizioni, bisogna tornare indietro nel tempo, attraverso un lungo flashback che ripercorre l’intera esistenza di Frida.
Frida nasce da papà Wilhelm Kalho e mamma Matilde Calderón y González a Città del Messico nel 1907, anche se le piacerà raccontare di essere nata nel 1910, l’anno della Rivoluzione.
Fin dall’infanzia è segnata dalla malattia: nasce con la spina bifida e a sei anni contrae la poliomielite, che le lascia una gamba più debole e meno sviluppata. E’ in questa occasione che incontra per la prima volta il Messaggero, un Rivoluzionario con tanto di cappello, cartuccera e baffi neri su sorriso splendente che monta un cavallo bianco e le sorride senza parlarle.
A diciotto anni, quando frequenta la Escuela Nacional preparatoria e fa parte di un gruppo di studenti socialisti, la sua vita cambia radicalmente. Tornando a casa insieme al suo primo fidanzato – Alejandro Gómez Arias – è vittima di un terribile incidente in autobus.
Le conseguenze sono devastanti: la colonna vertebrale si spezza in tre punti nella regione lombare, il collo del femore e le costole si frantumano, la gamba si frattura in undici punti, il passamano dell’autobus le trapassa l’anca sinistra e spezza l’osso pelvico in tre punti, il piede destro rimane slogato e schiacciato, la spalla sinistra lussata.
Dopo l’incidente, mentre è incosciente, Frida incontra la Madrina, che ha le sembianze di una donna elegante con un grande cappello che le nasconde il volto, e stringe con lei un patto: ogni anno, durante il Giorno dei Morti, dovrà prepararle un ricco altare con fiori, cibo e bevande, ottenendo in cambio un altro anno di vita.
Dopo 30 operazioni chirurgiche e una lunga degenza in ospedale, Frida viene dimessa ma è costretta a letto, col busto gessato. La lunga convalescenza diventa l’occasione per avvicinarsi alla pittura. La madre, Matilde, le fa collocare uno specchio sopra il letto e costruire un cavalletto speciale. Frida inizia a dipingere quello che vede, cioè la sua immagine riflessa. Nascono così autoritratti nei quali la sofferenza fisica, le emozioni, i sogni e le esperienze personali diventano materia artistica.
Terminata la relazione con Alex e tornata in piedi, Frida decide di sottoporre i suoi dipinti a Diego Rivera, il più celebre muralista del Messico di allora, per avere un parere spassionato. Sposato con Guadalupe “Lupe” Marin e padre di due figlie, Diego ha fama di seduttore. Frida, nonostante queste premesse e i 17 anni di età che li separano, si innamora e, pur consapevole dei continui tradimenti a cui sarebbe andata incontro, lo sposa nel 1928. Diego è al terzo matrimonio.
Nonostante i due condividano l’interesse per l’arte, la politica e la cultura messicana, la loro relazione sarà intensa e tormentata, caratterizzata da amore, passione, tradimenti e gelosie.
Frida segue il marito negli Stati Uniti, dove conosce figure importanti del Novecento, ma la salute peggiora e la vita sentimentale è un disastro. Mentre Diego passa da un letto all’altro, Frida non riesce a portare a termine nessuna gravidanza e il suo stato di salute peggiora di anno in anno. Eppure la sua sofferenza fisica e sentimentale non cancella il desiderio di vivere. Al contrario, la pittura diventa lo strumento attraverso cui riesce a trasformare il dolore in creatività e a costruire la propria identità.
Il racconto continua con il ritorno di Frida e Diego in Messico, nella casa-studio progettata per avere ognuno i propri spazi “da artista”. Frida è felice di aver lasciato gli Stati Uniti e si illude di aver Diego tutto per sé, ma per poco, perché poco dopo scopre che lui la tradisce perfino con sua sorella, Cristina Kahlo. Frida se ne va di casa e divorzia.
Diego torna da Frida un anno dopo. Malgrado i tradimenti dice di amarla e volerla risposare. E così avviene nel 1940 a San Francisco, anche se questa volta Frida è disillusa e consapevole che il suo matrimonio non è niente di più di un amichevole sodalizio politico e artistico.
Frida è cambiata davvero. Non è solo la moglie del pittore messicano più famoso del tempo, ma ha raggiunto la notorietà. Il padre del surrealismo, André Breton, è talmente colpito dai suoi quadri da proporle una mostra a Parigi, proclamandola “una surrealista creatasi con le proprie mani”. Non può sapere che nei suoi quadri non c’è nulla di onirico e che Frida dipinge sempre e soltanto la sua quotidianità, per quanto surreale possa sembrare. Si è iscritta al Partito Comunista Messicano. E’ una convinta sostenitrice dell’emancipazione femminile. E ha avuto numerosi amanti, di entrambi i sessi, tra cui Tina Modotti, anche lei militante comunista e fotografa nel Messico degli anni Venti, e il rivoluzionario russo Lev Trockij.
Insomma, è diventata tutto ciò per cui oggi è un mito.
Nell’agosto 1953, la situazione precipita. A causa di un’infezione esitata in cancrena, le viene amputata la gamba destra.
Il racconto torna infine al presente narrativo, alla Casa Azul e all’ultimo giorno di vita, quello del 13 luglio 1954. Frida ha 47 anni. Ha vissuto 29 anni dal giorno dell’incidente dell’autobus, nel quale avrebbe dovuto morire. Nel suo letto di agonia, sospesa tra i fumi dei sedativi e dell’alcol, comprende che il patto con la Madrina le ha tolto affetti, salute, forze e voglia di vivere. Decide quindi di non rinnovarlo e si prepara ad affrontarla a viso aperto.
La sua ultima riflessione richiama le parole realmente scritte nel suo diario: il desiderio che il viaggio sia gioioso e che questa volta non ci sia ritorno.
La recensione di “Il diario perduto di Frida Kahlo”
Il diario perduto di Frida Kahlo è un romanzo a cui riconosco il merito di umanizzare il mito di Frida Kahlo. Dietro l’icona a cui siamo abituati – fatta di sopracciglia unite, abiti tradizionali messicani e acconciature ornate di fiori dai colori vivaci – emerge una donna fragile, innamorata, ironica, politicamente impegnata ma soprattutto determinata a non lasciarsi definire dalla propria sofferenza.
Perché Frida di dolori ne ebbe, eccome.
Il romanzo insiste molto sul rapporto tra corpo e arte. Il corpo ferito e dolorante di Frida, conseguenza delle malformazioni congenite, degli esiti della polio e dell’incidente, diventa poco a poco l’oggetto principale della sua pittura. Frida dipinge ciò che conosce meglio: il suo corpo sofferente, la maternità mancata, la malattia e la paura della morte. In questo senso la pittura diventa una forma di sopravvivenza: quando il corpo la costringe all’immobilità, l’arte le permette di continuare a vivere e a raccontarsi.
Anche il rapporto con Diego Rivera occupa uno spazio importante nel romanzo. L’autrice lo presenta come il grande amore della vita di Frida, pur essendo, la loro, una relazione dolorosa, ai limiti della “tossicità”, nella quale convivono passione, dipendenza, violenza, gelosia e tradimento, riappacificazioni e tentativi di trovare equilibrio e armonia. La celebre frase di Frida sui suoi “due incidenti” – l’autobus e Diego – sintetizza bene questa ambivalenza: l’incidente fisico segna il suo corpo, mentre Diego segna profondamente la sua vita sentimentale.
L’aspetto più interessante del romanzo è però il rapporto di Frida con la Morte. La rappresentazione della morte attraverso la figura della Madrina, si inserisce nella tradizione messicana del Día de los Muertos, una celebrazione in cui il mondo dei vivi e quello dei morti tornano simbolicamente a incontrarsi attraverso la memoria, il cibo, i colori e i rituali.
L’altare che Frida prepara ogni anno il 2 novembre assume una doppia valenza: da un lato rafforza il recupero identitario delle tradizioni e della cultura messicana; dall’altro rinnova il patto con la Morte, offrendo doni in cambio di un altro anno da vivere. Il rituale diventa così non solo un modo per mantenere vivo il legame con le proprie radici, ma anche un’occasione per riaffermare il desiderio di vivere, nonostante tutto.
Fino all’ultimo giorno del 1954 quando Frida arriva a una consapevolezza ancora più profonda: la Madrina ha preteso da lei molto più delle semplici offerte lasciate sugli altari. Nel corso della vita, infatti, la Morte le ha sottratto persone care, l’ha costretta ad affrontare sofferenze fisiche indicibili e non le ha risparmiato nemmeno le pene d’amore. Frida comprende così che il patto con la Madrina non è mai stato un semplice scambio: in cambio del tempo che le concedeva, la Morte ha preteso un prezzo molto più alto, fatto di perdite, dolore e sofferenza.
La scrittura è scorrevole e il ritmo narrativo rende la lettura abbastanza coinvolgente. Particolarmente piacevole è l’inserimento delle ricette messicane alla fine dei capitoli, che permette a noi lettori di entrare nella quotidianità di Frida e nella cultura messicana.
Si tratta di un romanzo, eh? Non di una biografia. L’autrice mescola fatti storici ed elementi autobiografici a puri espedienti narrativi. Non aspettatevi quindi una ricostruzione documentaria della vita di Frida Kahlo, ma un racconto adatto ad esempio a chi desidera scoprire Frida senza affrontare una biografia tradizionale.
La scheda editoriale
- Titolo: “Il diario perduto di Frida Kahlo”
- Autore: Alexandra Scheiman
- Traduttrice: Lucia Taddeo
- Casa editrice: BUR
- Collana: Best
- Età di lettura: young adults
- Consiglio di lettura: piacerà a chi ama i romanzi storici, le figure femminili non scontate o banali, l’ambientazione esotica. Utile a chi vuole avvicinarsi alla vicenda umana e artistica di una delle pittrici più eccentriche del Novecento.
Se vi va di leggere Il diario perduto di Frida Kahlo, non avete che da cercarlo sugli scaffali delle biblioteche pubbliche della vostra città. Se siete utenti MLOL potete scaricare l’ebook gratis per 14 giorni dalla piattaforma di Digital Lending.
In alternativa, potete acquistare il libro sul sito della casa editrice, nella vostra libreria preferita oppure farvelo arrivare comodamente a casa da Amazon https://amzn.to/4gpyqZo .

