A casa nostra, cronaca da Riace è il nuovo graphic novel di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso ed è il seguito ideale di Salvezza, il reportage giornalistico sulle attività delle ONG nel Mar Mediterraneo. Dopo aver affrontato il tema del recupero di migranti in mare, gli autori si misurano con un altro argomento di scottante attualità, quello dell’accoglienza dei migranti a casa nostra.

Che questo nuovo lavoro sia l’ideale prosecuzione del precedente, è chiaro già dall’illustrazione di copertina: su una banchina un gruppo di uomini, donne e bambini saluta una nave dipinta di arancione, che sta prendendo il largo.

Chi ha letto Salvezza non può non riconoscere nel profilo della nave l’Aquarius di SOS Mediterranée e nelle persone sulla banchina i migranti recuperati in mare, di cui Marco e Lelio hanno raccontato l’odissea e le speranze.

Il riassunto

A casa nostra, cronaca da Riace racconta sei storie esemplari, nel bene e nel male, di cosa accade a queste persone una volta sbarcate sulla terraferma.

Tra novembre 2017, data della missione dell’Aquarius, e gennaio 2019, mese in cui Marco e Lelio hanno raccolto le testimonianze sull’accoglienza, in Italia molto è cambiato.

Nel nostro Paese, che garantisce costituzionalmente il diritto di asilo, è entrato in vigore il decreto sicurezza, che ha modificato sensibilmente il sistema dei permessi.

Prima di esso i migranti potevano richiedere la protezione umanitaria o la protezione internazionale. La protezione umanitaria durava due anni ed era destinata a persone fuggite dai loro paesi d’origine per motivi di carattere umanitario.

Tra chi faceva richiesta d’asilo, alcuni venivano ricollocati in paesi europei, gli altri entravano nel sistema dell’accoglienza. L’85% circa finiva nei CARA – Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo, o nei CAS – Centri di Accoglienza Straordinaria. Il restante 15% era preso in carico dagli SPRAR gestiti dai comuni.

Chi non faceva richiesta di asilo, infine, era considerato irregolare e rinchiuso nei CPR, i Centri per il rimpatrio.

Dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza la protezione umanitaria è stata sostituita dal cosiddetto permesso speciale che dura al massimo un anno, non è convertibile in permesso di lavoro, e può essere accordato solo per calamità, cure mediche, atti di valore civile e in casi speciali, cioè essere vittima di grave sfruttamento o violenza domestica.

I richiedenti asilo trovano, inoltre, accoglienza solo nei centri ad essi dedicati: i Cara. I progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dal sistema SPRAR, infine, sono riservati esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati.

In questo nuovo quadro legislativo continuano a muoversi le persone di buona volontà e qualificate intervistate da Marco e Lelio: sono Blessing e Alessia dello SPRAR di Gioiosa Ionica, Giovanni del Recosol di Caulonia e Mimmo Lucano, che ha sognato di fare di Riace un laboratorio di accoglienza e contaminazione.

Marco e Lelio danno voce anche ad alcuni beneficiari dei progetti degli SPRAR, che nel frattempo si sono integrati e inseriti nella società, come Buba il pinsaiolo di Gioiosa e Sherif il cameriere di Cosenza.

Tra le storie che Marco e Lelio raccontano, due sono in un certo qual modo paradigmatiche di come l’accoglienza possa essere umana, solidale, inclusiva oppure finalizzata allo sfruttamento dei migranti da parte di persone prive di scrupoli.

La prima è quella di Domenico Lucano, sindaco di Riace dal 2004 fino al 2018, quando fu sospeso per le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.

Nel 1999 Mimmo aveva fondato a Riace l’associazione Città Futura con l’intenzione di recuperare le case abbandonate da tempo e di fare rivivere i mestieri di una volta. In seguito aveva creato la cooperativa Il Borgo e il cielo per gestire i laboratori di tessitura, ceramica, vetro e confetture che coinvolgevano italiani e immigrati.

Divenuto sindaco, aveva inventato il cosiddetto Modello Riace che consisteva nell’aderire al sistema SPRAR, per ottenere fondi regionali o mutui per la ristrutturazione delle case dismesse, dare accoglienza e ospitalità ai rifugiati e ai richiedenti asilo, formarli e dare loro un lavoro.

Il modello Riace era un’utopia di uguaglianza nella diversità, il sogno di una società diversa e a misura d’uomo, l’opposto di una società consumista e individualista.

All’opposto si colloca la storia di San Ferdinando, una baraccopoli illegale in cui vivevano tra i due e i tremila irregolari senza acqua corrente né servizi igienici.

San Ferdinando era un vero e proprio pezzo d’Africa in Italia, con una moschea, una chiesa, dei negozi in cui si fanno affari illeciti. Non era l’unico slum in Italia, ma certamente è il più esteso e popolato.

A San Ferdinando nell’ultimo anno sono morti tre ragazzi in altrettanti incendi. A volte gli incendi sono stati provocati da stufette difettose. Altre volte sono stati il risultato dei regolamenti di conti tra gruppi rivali. Altre ancora le baracche sono state incendiate dai loro stessi occupanti con la speranza che il Ministero le sostituisse con tende ignifughe e “regolari”.

A marzo del 2019, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha twittato con soddisfazione lo sgombero e la distruzione del ghetto di San Ferdinando. Il suo rappresentante sul territorio, il prefetto di Bari, ha espresso “soddisfazione per un’operazione che ha saputo coniugare legalità e umanità.”

Da allora sono passati 7 mesi. Alcuni migranti se ne sono andati, altri sono rimasti, altri ancora sono arrivati. Dei 569 mila euro promessi dal Ministro per rimozione delle macerie e bonifica dell’area non sono ancora arrivati. Sono arrivate invece nuove tende, quelle blu ministeriali, ignifughe. Progetti a lungo termine per gli ospiti, nessuno.  Nessuna soluzione in vista.

Quale modello è conveniente seguire?

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