Se vi capita tra le mani, leggete assolutamente La grande Gilly Hopkins (The Great Gilly Hopkins) di Katherine Paterson, che probabilmente conoscerete per essere l’autrice di Un ponte per Terabithia. E’ un libro divertente e commovente al tempo stesso, brillante, leggero ma profondo. Un libro delizioso, insomma, che vi farà sorridere molto e provare anche qualche stretta al cuore.

I protagonisti della storia sono una ragazzina tanto intelligente quanto terribile in affido temporaneo, una madre affidataria obesa di fede battista, un settenne forse ritardato (forse) che ha problemi di lettura ma soprattutto di autostima e un afroamericano cieco che conosce a memoria libri di poesie in inglese antico. A muoverli è l’amore materno: cercato, desiderato, dato, rifiutato, non riconosciuto. Insomma, l’amore materno in tutte le sue sfaccettature. L’amore con la A maiuscola.

La vicenda prende le mosse dal piano di un’esuberante bambina in affidamento per ricongiungersi alla madre biologica che le sfugge di mano e mette in moto una serie di eventi incontrollabili.

Il riassunto

Galadriel Hopkins, detta Gilly, ha 11 anni e ha trascorso la maggior parte della sua vita tra case-famiglia e famiglie adottive. La madre – Courtney Rutherford Hopkins – l’ha abbandonata quando lei era molto piccola, lasciandole una foto sbiadita e una vuoto incolmabile. Da allora è stata in carico ai servizi sociali, che si sono prodigati nella ricerca di una famiglia affidataria adatta, purtroppo senza successo.

In parte è stata colpa dei genitori affidatari. Gli ultimi, ad esempio, l’hanno rispedita nella casa-famiglia in occasione del trasloco, così, senza farsi degli scrupoli, come fosse stata un oggetto di cui si può anche fare a meno.

In parte è stata colpa di Gilly, che ha un unico scopo nella vita: non affezionarsi a nessuno, in attesa che la sua vera madre torni a prenderla, e fare in modo che nessuno si affezioni a lei. E quale modo migliore per essere rifiutata che mostrarsi aggressiva, maleducata, strafottente, in altre parole ingestibile?

Dopo l’ultima esperienza fallimentare, Gilly si convince ancora di più di non aver bisogno di nessuno, tranne che di sua madre, ma non dello stesso avviso Ms. Ellis, l’assistente sociale che segue il suo caso e che le trova una nuova famiglia affidataria.

E così la nostra Galadriel si trova a casa della signora Trotter, una mamma affidataria singolare: obesa, trascurata, disordinata, di fede battista, piena di pazienza, bontà e mitezza. In casa c’è già altro bambino affidatario – William Ernest Teague – un settenne forse ritardato che ha problemi di lettura e autostima. Di tanto in tanto, c’è anche Mr. Randolph, un anziano di colore e cieco con la fissa della letteratura inglese antica.

Gilly è furente: come adattarsi a una famiglia così strampalata? Lei, di buona famiglia, costretta a vivere nella modesta catapecchia di Mamie Trotter! Lei, così intelligente e brillante, obbligata a passare il suo tempo libero con un bambino tonto e dislessico! Lei, bianca rampolla di una ricca famiglia del Sud, costretta a sedere alla stessa tavola di un nero, per di più handicappato!

Quando è a casa, Gilly mette in scena tutto il suo repertorio di insolenze, dispetti, ripicche, ostinati silenzi. A scuola, se possibile, si comporta pure peggio. In aula cerca ogni modo per portare Miss Barbara Harris, l’insegnante d’inglese, all’esasperazione e durante la ricreazione bullizza i più piccoli insieme a Agnes Stokes, un’autentica teppista.

Alle sue intemperanze Mamie Trotter, Mr. Randolph e il piccolo, timido William Ernest rispondono con pazienza, gentilezza, affetto, calore. Con Amore. Cosa che esaspera ancora di più Galadriel che vede un’unica via d’uscita a quella situazione surreale: scrivere una lettera alla madre perché venga a prenderla immediatamente. Nel frattempo, Gilly elabora un piano: rubare i soldi di Mr. Randolph per raggiungere Courtney che, sicuramente, la sta aspettando.

Quando il piano fallisce e viene arrestata, Gilly inaspettatamente non viene rimandata alla casa-famiglia. Anzi. La buona, comprensiva, dolce Mamie Trotter la difende a spada tratta e la sostiene e Mr. Randolph non solo non la redarguisce ma non torna nemmeno più sull’argomento del furto.

Chi avrebbe mai detto che qualcuno avrebbe potuto accettarla e amarla per quello che è?

Gilly inizia lentamente ma inesorabilmente a cambiare. Piano piano scalfisce il muro dell’ostinazione e della rabbia e si abbandona all’amore. Come dire di no ai biscotti al cioccolato e agli abbracci di Mamie Trotter? Come non insegnare a William Ernest a difendersi dalle angherie dei più grandi? Come rifiutare di accompagnare in giro sotto braccio Mr. Randolph, per evitare che cada o vada a sbattere?

Tutto è bene quel che finisce bene, allora? No, perché Gilly finisce per ritrovarsi in una situazione che non si sarebbe mai immaginata.

A prenderla e a riportarla nella grande casa di famiglia non sarà sua madre, ma Nonna Hopkins, che non ha contatti con Courtney da prima della sua gravidanza. Alla signora Hopkins viene recapitata la corrispondenza della figlia, e così la lettera disperata che Gilly ha scritto alla madre in realtà è arrivata alla nonna.

Gilly non vorrebbe più lasciare Mamie Trotter, William Ernest, Mr. Randolph, Miss Barbara e perfino quella cretina di Agnes, ma la legge è legge: la nonna materna è la parente più stretta disposta a prendersi cura di lei e Gilly deve partire. Solo allora si rende conto di cosa ha perduto.

Mi è piaciuto perché…

Le parole con cui Mamie Trotter salua Gilly sono una specie di testamento e di ultimo regalo:

– Mio dolce tesoro, non te l’ha mai detto nessuno? Pensavo che l’avessi già capito da sola.
– Che cosa?
– Che tutte quelle storie del lieto fine sono balle. L’unica fine, in questo mondo, è la morte. Può darsi che sia lieta e può darsi che non lo sia, ma comunque non credo che tu sia ancora pronta a morire, no?
– Trotter io non sto parlando di morire. Sto parlando di tornare a casa
Ma Trotter la ignorò.
– Qualche volta, in questo mondo, le cose vanno bene, e allora uno si rilassa e dice “Oh, finalmente il lieto fine! E’ proprio così che dovevano andare le cose”. Come se la vita dovesse qualcosa a qualcuno. E ci sono tante cose buone piccolina (…) ma aspettarsi cose belle tutto il tempo significa prendersi in giro. Di solito non è così. Nessuno ti deve niente.

Nel 2015 Steven Herek ha girato un film basato sulla storia di Katherine Paterson. Interpreti Sophie Nélisse, Kathy Bates, Julia Stiles, Bill Cobbs, Billy Magnussen, con Octavia Spencer e Glenn Close. Guardatevi il trailer, sembra carino!