Nella mente di Shell, Gesù era sceso dalla croce e se n’era andato al bar più vicino. La faccia della mamma di Shell si era accartocciata, come quella di un bambino che sta per scoppiare a piangere. Poi era morta. Gesù si era scolato il suo bicchiere di birra ed era uscito definitivamente dalla vita di Shell.

Le rose di Shell (A Swift Pure Cry) è un romanzo di Shioban Dowd ispirato ad alcuni fatti di cronaca accaduti in Irlanda negli anni Ottanta.

Racconta la vicenda di una sedicenne che si ritrova nell’arco di pochi mesi orfana di madre, con un padre alcolizzato e violento, due fratelli piccoli da crescere, incinta di un ragazzo che se n’è andato e al centro di un caso di infanticidio che coinvolge il giovane parroco e sconvolge il tranquillo villaggio in cui vive.

La premessa è così drammatica che mi aspetto che decidiate di passare oltre, me ne rendo conto. Eppure fareste un errore.

Prima di tutto, perché la trama è avvincente e l’intreccio tra la vicenda umana di Shell, quella di Padre Rose e quella di Declan è magistrale. Poi, perché la scrittura di Shioban Dowd non lascia affogare il lettore in un mare di sconforto: la vicenda, per quanto terribile, è raccontata con complicità, compassione e perfino umorismo e così diventa umana, vera, reale nella sua commistione di tragedia e commedia.

Il riassunto

1984, Irlanda del Sud. Michelle Talent, detta Shell, ha 16 anni e vive a Coolbar, un piccolo villaggio nella Contea di Cork , dove la vita scorre malinconica tra casa, scuola e chiesa.

Da un anno la sua vita è cambiata radicalmente, e in peggio: sua madre Moira è morta dopo una breve malattia e a lei è rimasto il compito di occuparsi della casa e di Trix e Jimmy, i fratelli minori.

Il padre si è rifugiato nell’alcool e ha abbandonato il lavoro alla fattoria dei Duggan. L’unica cosa che sembra consolarlo è la religione: la domenica sale sul pulpito e legge la parola di Dio con un fervore quasi mistico e gli altri giorni percorre le strade del villaggio elemosinando denaro per onorevoli cause benefiche con la benedizione del vecchio Padre Carroll.

Shell odia tutto di lui. Il suo odore di alcool e sudore. La grettezza che lo spinge a trattenere una parte delle offerte dei fedeli. Il fatto che imponga a lei e ai fratelli di recitare il rosario in ginocchio sotto la minaccia delle cinghiate. Che li costringa a raccogliere i sassi nel campo dietro casa come prova della loro cieca e assoluta obbedienza. Odia soprattutto il fatto che, quando rientra dal pub ubriaco fradicio, la chiami Moira e cerchi di infilarsi nel suo letto.

Il disprezzo per il padre cresce proporzionalmente alla nostalgia della madre. Bella, dolce, amorevole, Moira era la sola capace di arginare gli eccessi del marito e il pilastro che sosteneva la famiglia.

Quando è libera dalle faccende domestiche e dalla cura dei bambini, Shell passa il tempo con la sua migliore amica Bridie e con Declan Ronan, il chierichetto della parrocchia, affascinante, seducente, tanto intelligente quanto scapestrato. Shell è lusingata dai complimenti che le rivolge, che la stuzzicano e la fanno sentire donna, al di là dei vecchi abiti consunti che è costretta a indossare e dei castigati reggiseni che ruba al grande magazzino.

Allo stesso tempo, è attratta dal nuovo prete, Padre Rose, giovane gentile e pieno di buoni propositi, con il quale instaura un rapporto di fiducia e confidenza che in chiesa e al villaggio non passa inosservato.

Passano le settimane. La famiglia Talent è sull’orlo del tracollo. Ai ragazzi manca tutto: libri, materiale per la scuola, giochi, vestiti. Spesso anche il cibo. Shell si dibatte tra l’indigenza, il disagio scolastico, l’emarginazione sociale e i dubbi di fede.

L’amicizia con Bridie si infrange quando in paese inizia a girare la chiacchiera che Shell e Declan sono stati visti nudi nel campo dei Duggan e che gli incontri avvengono ogni giovedì.

Shell non si preoccupa né del giudizio di Bridie né dei pettegolezzi delle comari, perché ha delle preoccupazioni ben più gravi: Jimmy sta molto male, non ci sono più soldi per le medicine, il frigorifero è vuoto e il padre manca da giorni. Al pub si dice che sperperi il denaro in prostitute.

C’è anche un’altra cosa, a dire il vero. Da mesi non ha più le mestruazioni, è ingrassata, ha il respiro corto, le gira spesso la testa e ha meno energia.

Qualche dubbio sulla causa del malessere ce l’ha, ma nel libro di anatomia umana preso in prestito dalla biblioteca circolante ha letto che le cause dell’amenorrea sono davvero tante. Non è detto che sia incinta.

La signora Duggan, che ha avuto tanti figli, le ha detto che le gravide non riescono a mangiare il salmone senza vomitarlo. Shell lo ha fatto e non è successo nulla, quindi incinta non dovrebbe esserlo.

Eppure il chiodo è sempre lì, conficcato nel cervello, una scheggia che a volte fa male. E’ durante un incontro furtivo con Declan nella grotta di Haggerty che Shell prova qualcosa di mai sentito prima.

Un altro movimento, un fruscio, si agitò dentro di lei: come una tarma stavolta, che si sfila dalla crisalide, lieve ed esitante. Si tenne il ventre, fissando la strada senza vederla. Allora capì.

Dopo quell’incontro non ce ne saranno altri. Declan parte per l’America in cerca di fortuna. Qualcuno dice che Bridie sia fuggita con lui.

Nelle settimane successive, Shell continua a ingrassare a vista d’occhio. Nonostante si infagotti in maglioni lunghi e sformati, in paese non passa inosservata. Solo il signor Talent sembra non accorgersi di nulla.

Arriva Natale e a Shell si rompono le acque. Partorisce in casa, aiutata da Trix e Jimmy che il giorno precedente avevano visto alla fattoria dei Duggan come si fa a far nascere i vitelli quando la mucca da sola non riesce.

Shell ha una bambina che però non piange, non si muove, non respira, proprio come il vitellino dei Duggan. La piccola nasce morta. In un estremo atto di pietà, i fratelli Talent preparano una bara e una croce e la seppelliscono nel campo dietro casa, sotto un cumulo di pietre.

Tutto finito? No, perché nella grotta di Haggerty viene ritrovato il cadavere di un neonato e Shell si trova al centro di uno scandalo che scuote le fondamenta del villaggio e spacca l’intera comunità.

Shell è colpevole di infanticidio? Chi è il padre del neonato? E’ Padre Rose? E che fine hanno fatto Declan e Bridie?

Shell si rifiuta di dire chi è il padre del neonato, ma vuole scagionare Padre Rose dall’infamia che gli è stata gettata addosso. E vuole scagionare anche suo padre, che ha confessato l’infanticidio, credendo di salvarle la vita.

Per rimettere a posto le cose Shell dovrà fare appello a tutte le sue risorse e dimostrare di avere una forza assolutamente straordinaria.

Mi è piaciuto perché…

Non vi racconto come finisce la storia, perché mi piacerebbe che leggeste il libro. Vi innamorerete del personaggio di Shell, che porta un messaggio di amore vero e ci dimostra coi fatti che tutto può cambiare, se cambiamo noi per primi.

La storia è tragica, ve l’ho già detto, ma la descrizione dei personaggi e di certe situazioni – come le messe infinite, il macinino infernale di Padre Rose, i dialoghi tra Jimmy e Trix – sono ironiche al limite del sarcasmo e alleggeriscono la narrazione. 

Il titolo originale del libro – The Swift pure cry – è una citazione tratta dal romanzo Ulisse di James Joyce ed è azzeccatissimo per un libro che trasuda Irlanda da ogni pagina. La scelta di sostituirlo con un titolo che gioca con i nomi dei personaggi – Shell la protagonista e padre Rose – non me la spiego proprio.

Se volete leggere Le rose di Shell potete cercarlo nelle biblioteche di pubblica lettura, oppure comprarlo in libreria o online sul sito dell’editore che è Uovonero.