Alzi la mano chi tra gli 11 e i 12 anni non si è mai sentito depresso, demotivato, inadeguato. Chi non è mai stato detestato dalla sorella, o dal fratello, senza sapere perché. Chi non ha mai fatto orribili figure a scuola, spesso involontariamente. Chi non ha mai desiderato che la terra lo inghiottisse ogni volta che incrociava nei corridoi della scuola la ragazza, o il ragazzo, più popolare, di cui era segretamente innamorato.

In Il padrone della scuola (The boy who owned the school) Gary Paulsen ci racconta l’anno orribile di Jacob Freisten, un adolescente a cui capitano queste e altre cose, che ad un tratto scopre che la vita, nonostante tutto, può cambiare.

Di Gary Paulsen vi ho già parlato molte volte, perché è uno dei miei autori preferiti. Nel corso della sua carriera ha ricevuto ben tre Newbery Medal, il più importante premio americano di narrativa per ragazzi, una per La stanza d’inverno che ho recensito sul blog, insieme a Storie, Un cuore da soldato, Dancing Carl, Glass Cafè, Il mio amico Harold, I cani della mia vita.

Tra più apprezzati scrittori americani per ragazzi, Paulsen scrive spesso di adolescenze difficili e riversa nei suoi racconti episodi della sua infanzia e della sua giovinezza.

Figlio di genitori dediti all’alcol, distratti e infedeli, fin da quand’era piccolissimo Paulsen si è dovuto rimboccare le maniche e ha fatto mille mestieri per sopravvivere: da recuperare birilli al bowling è passato a distribuire giornali, poi è stato soldato, contadino, attore, carpentiere, giostraio, manovale nei ranch, camionista, operaio, demolitore, marinaio, allevatore, ingegnere aerospaziale.

Poi ha scoperto la scrittura, che l’hai aiutato a esorcizzare e superare i traumi infantili. L’infanzia rubata, la maturità precoce, gli urti della vita sono temi che scorrono sotterraneamente ai suoi racconti, così come la critica a certi adulti, ma non sono mai l’unico tema, né il tema predominante. Sono piuttosto la molla che fa scattare la volontà dei protagonisti di appropriarsi del presente e del futuro e di riscattare la loro condizione, proprio come avviene nel caso di Jacob, il personaggio principale di questa short novel.

Il riassunto

Jacob Freisten ha quasi 14 anni e un sacco di problemi. E’ mingherlino, miope e lentigginoso – caratteristiche che a suo dire lo rendono bruttissimo – oltre che pauroso, timido, maldestro e impacciato.

I genitori, appassionati al whisky sopra ogni cosa, hanno occhi solo per la sua sorella, che solo per il fatto di essere bellissima, ha diritto alla stanza più grande e luminosa della casa, ad una macchina nuova, a una paghetta settimanale pari al prodotto interno lordo di uno stato africano e un guardaroba firmato. A Jacob, invece, hanno dato un giaciglio in una stanzetta ricavata nell’umido scantinato e una bicicletta per spostarsi nel tragitto casa-scuola. Gli comprano pochi vestiti e di seconda mano e gli danno 10 dollari.

La vita del povero Jacob è ancora più dura a scuola: nonostante sua mamma lo abbia soprannominato “il padrone della scuola” per motivarlo a diventare popolare come la sorella, è lo zimbello dei prepotenti e il bersaglio ideale dei bulli.

Così, nel corso degli anni, Freisten ha perfezionato delle tecniche sofisticate per entrare a scuola di nascosto e non dare nell’occhio né in aula né in mensa. Suo obiettivo primario è quello di passare inosservato e di essere ignorato da tutti. Il suo sogno, quello di essere completamente trasparente. Perché la trasparenza è sicurezza.

C’è un’altra cosa: Jacob è specializzato nell’attirare guai, che lo mettono al centro dell’attenzione e delle derisioni. Se decide di attendere il suono della campanella dietro a un bidone della spazzatura, i bulli lo notano e lo buttano dentro. Se decide di seguire la folla per mimetizzarsi, urta inavvertitamente Microbo Wainright, uno dei giocatori della squadra di football, e finisce chiuso a chiave nell’armadietto. In palestra, anche quando decide di non muoversi per non fare dei danni, riesce comunque a fare cadere i compagni, scatenando le ire del sadico Prof. Rocco.

Insomma, diciamocelo, Jacob è un perdente nato e per questo tutti lo emarginano. In un periodo della sua infanzia ha avuto un migliore amico, un certo Clayton, che collezionava formiche morte. Poi anche lui se ne è andato e Freisten è tornato a essere solo.

A cosa servirebbe parlare coi genitori? Finirebbe con un interrogatorio.

L’avrebbero fatto sedere sul divano e gli avrebbero chiesto se:

  • si drogava
  • meditava il suicidio
  • le sue relazioni con i coetanei erano difficili
  • era depresso
  • aveva problemi di crescita
  • si sentiva inadeguato
  • si sentiva demotivato
  • era scontento di sé
  • non sentiva niente, ossia aveva perso il contatto con le proprie emozioni

L’unica che sembra accorgersi dell’esistenza di Freisten è la professoressa d’inglese, la Signora Hilsak, e non è una buona notizia. I voti di Jacob sono pessimi ma lei vuole dargli una possibilità: gli darà la sufficienza, se Jacob la aiuterà a mettere in scena lo spettacolo di fine anno: la rappresentazione teatrale del Mago di Oz. Non sarebbe neanche un dramma, se non fosse che Jacob dovrebbe lavorare gomito a gomito con Maria Tresser, la ragazza più popolare e bella della scuola, quella di cui tutti sono innamorati, lui compreso.

Al solo pensiero di dover azionare la macchina crea-nebbia all’apparizione di Maria in scena, a Jacob viene la gastrite, gli sudano mani e ascelle e si azzera la salivazione. Quando incrocia Maria dietro le quinte è perfino peggio. Eppure Maria è sempre carina, gentile e sorridente; non perde occasione di incoraggiarlo; gli chiede addirittura di mostrarle come funziona la macchina crea-nebbia!

E niente, lo spettacolo di fine anno non è un trionfo, anzi… Jacob riesce ancora una volta a rovinare tutto per colpa della sua insicurezza e della sua goffaggine. Ma, nonostante tutto, c’è chi lo considera un vero vincente!

Avete indovinato: è proprio Maria!